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Racconti inediti di Luca Lucherini

Chi è Luca?

-   Luca Lucherini nasce a Bologna nel 1987. Pur avendo lavorato come croupier, poi nel settore bancario e infine come imprenditore nel fotovoltaico, il suo pane quotidiano è la letteratura. Viaggiatore, lettore e scrittore instancabile. Da marzo 2017 pubblica ogni domenica una microstoria sulla sua pagina instragram “cartoline.dal.purgatorio”. Da oggi, 8 ottobre 2017, su questo sito anche i suoi racconti inediti.

Dopo “cento pezzi da cento” ecco a voi:

La promozione (tempo di lettura, 6 minuti)

Tano aprì gli occhi all’alba, un’ora in anticipo sulla sveglia. Il mal di testa martellava a pieni tamburi. Questo era un bene per la sua coscienza. Almeno davanti al padreterno si sarebbe salvato.

Il posto di caporeparto si liberava di rado, la paga era di duecentoventi euro in più, l’esatto importo della rata della sua Ducati. Non poteva che essere un segnale. Aveva scongiurato tutti i santi affinché non si trovasse in competizione con Giorgio, l’amico a cui doveva tutto: il prestito dei tremila necessari come anticipo per la moto, il colloquio nell’azienda di würstel, a Monaco, dove entrambi si erano trasferiti proprio grazie a quell’offerta di lavoro trovata da Giorgio; l’aiuto come interprete nell’iniziale ricerca di un alloggio e nell’integrazione con i colleghi. Dieci anni di amicizia fraterna.

Una settimana prima, Tano era salito negli uffici. «Per il posto di caporeparto abbiamo ricevuto una sola candidatura idonea» gli aveva detto la dirigente biondiccia, guardandolo come si guarda un cane randagio che aspetta gli avanzi dei ristoranti. «Quella di Giorgio Manna. Siete ambiziosi, voi italiani, eh?»

Tano si era rificcato in tasca la candidatura ben compilata ed era tornato a casa sconsolato. Giorgio voleva quel posto, sì, ma non più di chiunque altro, e non più di Tano stesso, ma il buonsenso diceva di lasciargli la precedenza. Sarebbe bastato ritirarsi dalla corsa per considerare estinti quantomeno i debiti morali, e così aveva fatto. Andò a sfogare la frustrazione con la Ducati nell’autostrada vicina. L’unica cosa che gli piaceva davvero della Germania era il codice della strada clemente, l’assenza di limiti di velocità sulle strade aperte.

Quella settimana di perturbamento si concluse la mattina in cui Tano aprì gli occhi in anticipo sulla sveglia. Svolse la routine mattutina con malcelata naturalezza. Se avesse avuto una moglie, questa avrebbe di certo percepito il vortice di nausea e lacerazione che lo stava consumando dall’interno. Era talmente disgustato da ciò che stava per compiere che per la prima volta dopo anni percorse il tragitto verso il lavoro a velocità moderata.

Nello spogliatoio aziendale Giorgio si era già infilato camice e retina per i capelli. Accolse Tano con un sorriso dei suoi. «Ci pensi,» disse «il mese scorso mi è caduta nelle braccia quell’angelo di Selina, e il mese prossimo mi faranno caporeparto. Questo è il mio anno».

«Te lo meriti» disse Tano.

Risero e si abbracciarono dandosi pacche cameratesche. Giorgio non si accorse che Tano aveva la fronte fradicia e le mani come vetri di sauna.

Raggiunsero il posto alla filiera di tritatura, dove stavano gomito a gomito. Elias, il vecchio supervisore, smilzo e sempre distratto, avviò il nastro e la carne di maiale, ancora amalgamata con pelo, unghie, denti, viscere non svuotate, prese a scorrere disarticolata in grossi tocchi da veicolare con le mani guantate verso il trituratore. Subito Elias disse: «Muoversi, muoversi» ma il frastuono del macchinario industriale coprì ogni altro suono, lasciando gli operai soli con i loro pensieri. Tano aveva calcolato bene il giorno in cui Giorgio sarebbe stato di turno con le mani vicino alla bocca del trituratore.

Tutte le mattina alle 10.30 precise, Elias trascinava i suoi piedi stanchi alla macchinetta del caffè, attraversando lo stretto sentiero che, rasente le spalle di Tano e Giorgio, separava gli operai dalle alte pile di scatoloni rigonfi di confezioni di würstel pronte per essere imballate sui pallet, caricate sui camion e distribuite nei supermercati di mezza Europa. Che quelle colonne di scatoloni fossero posizionate lì provvisoriamente per facilitare il lavoro del reparto Imballaggi, infrangendo delle norme sulla sicurezza sul lavoro, Tano lo sapeva bene. Sapeva anche che l’azienda avrebbe ricoperto Giorgio di denaro dopo l’incidente. Forte di questa giustificazione, prese coraggio e con il tallone iniziò a dare colpetti alla base di una delle pile alte tre metri, la cui stabilità diventò presto precaria.

Le 10.30 arrivarono, Elias scese dalla sua sedia rialzata da supervisore che a Tano e Giorgio aveva sempre ricordato quella degli arbitri di tennis, e si incamminò ciondolante lungo il solito percorso. Con meditato tempismo Tano diede il colpetto definitivo alla pesante colonna che, vacillando, attirò l’attenzione degli operai posti sul lato opposto del nastro. Avvisare Elias era impossibile con il baccano del trituratore. Allora corsero intorno al nastro ma non fecero in tempo.

Quando la colonna cadde sopra la testaccia grigia di Elias, Tano tenne gli occhi bassi sul nastro per un tempo che gli parve infinito. Pensò che il piano doveva essere andato in fumo, che quella vecchia scorza d’uomo fosse riuscito ad arrestare la parabola degli scatoloni con la sola forza delle sue esili braccia. Si girò per controllare, fingendo di essersi appena accorto dell’allarme lanciato dai colleghi, e quel che vide fu il povero vecchio che perdeva l’equilibrio, abbracciato alla colonna, portando giù con sé duecento chili di würstel.

Giorgio, come gli altri del suo lato del nastro, non si era accorto di niente. Stava continuando spensierato a spingere tozzi di carne nelle fauci vorticose del trituratore. Tano aiutò goffamente Elias ma entrambi i loro corpi crollarono all’indietro sotto il peso degli scatoloni, colpendo con violenza Giorgio, che fu sbalzato in avanti e finì con il busto sul nastro. Nessuno pensò che potesse esservi premeditazione in una scena tanto ripugnante.

La mano destra fu la meno danneggiata perché entrò nel trituratore di lato, mischiandosi al magma di maiale solo con il miglioro e l’anulare. La sinistra invece finì in mezzo alle lame infuriate fino al gomito, risucchiata dai motori. Le urla dei maiali, nel reparto Soppressioni, non erano niente paragonata a quelle di Giorgio. Sangue e brandelli di avambraccio sfilacciati fuoriuscirono schizzando sui camici e sulle mascherine di chi cercava di aiutare lo sventurato, compreso Tano, che, forse sinceramente pentito, forse per subdolo calcolo, era stato il primo a lanciarsi in aiuto. E proprio in grembo a Tano infine si adagiò il grosso corpo sfinito di Giorgio, il moncherino sinistro stretto in quello destro, l’osso mozzato sporgente oltre il muscolo circostante.

Tano cercò lo sguardo dei colleghi, come a incolparli di non aver impedito quella tragedia. Incontrò poi quello della dirigente biondiccia, subito accorsa coprendosi la bocca con entrambe le mani. Reggendo Giorgio come un Cristo, Tano si lasciò andare in un pianto liberatorio. Dovettero staccargli di dosso il ferito con prepotenza per poterlo trasportare all’ospedale.

Cinque giorni più tardi, Tano si trovava a casa di Giorgio. Fiori e biglietti di auguri in tedesco riempivano il salotto. Mise a bollire due uova per l’amico. Selina non si era più vista, Giorgio non aveva altri al mondo. Squillò il cellulare. Per non disturbare il convalescente, caduto in una brutta depressione nonostante i quattrocentomila euro che l’avvocato sindacalista gli aveva garantito come indennizzo, Tano andò a rispondere in bagno.

«Senta, Tano» disse la voce glaciale della dirigente. «È una richiesta che può apparire insensibile alle orecchie del nostro Giorgio Manna, ma lei capisce…»

«Giorgio è a pezzi» rispose indignato. C’era del sarcasmo crudele nella scelta di quelle parole ma la dirigente non aveva motivo di coglierlo.

«Abbia pazienza, il vostro caporeparto andrà in pensione alla fine del mese. Lei ora è l’unico abilitato per quella posizione, lo sa benissimo».

«Dobbiamo parlarne adesso?»

«Per i ruoli di responsabilità l’azienda preferisce fare promozioni interne, evitare di dover formare persone estranee al lavoro. Ma se lei rinuncia ci vediamo costretti a farlo».

«È passato così poco tempo dall’incidente».

«Vuole davvero perdere questa occasione?»

«Ne parlerò con Giorgio e troverò una soluzione. La richiamo domani».

Posato il cellulare sul lavandino, Tano guardò il proprio ghigno allo specchio e pensò che nell’arco di un anno si sarebbe preso la poltrona della dirigente.

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il Purgatorio, 19 nov 2017

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Cento.pezzi.da.cento

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Racconti inediti di Luca Lucherini

Chi è Luca?

-   Luca Lucherini nasce a Bologna nel 1987. Pur avendo lavorato come croupier, poi nel settore bancario e infine come imprenditore nel fotovoltaico, il suo pane quotidiano è la letteratura. Viaggiatore, lettore e scrittore instancabile. Da marzo 2017 pubblica ogni domenica una microstoria sulla sua pagina instragram “cartoline.dal.purgatorio”. Da oggi, 8 ottobre 2017, su questo sito anche i suoi racconti inediti.

Ecco a voi il #0

- Cento pezzi da cento (tempo di lettura, 8 minuti)

Hai presente quando sei in banca per pagare a denti stretti una multa e quello in fila davanti a te è un quarantasettenne brizzolato che mastica la gomma, e non si è neanche tolto gli occhiali da sole? E quando arriva il suo turno viene salutato con entusiasmo e chiamato Signore, seguito da quel gran cognome altisonante che si ritrova, e persino il direttore mette la testolina spelacchiata fuori dal suo ufficio di plexiglass per fargli un cenno ruffiano? Ce l’hai presente il senso di smarrimento e sconfitta che staziona solido fra te e la società? E poi il masticatore brizzolato chiede i diecimila in contanti che aveva fatto preparare il giorno prima per telefono? Hai presente che poi devi star lì a guardare la pantomima dell’impiegato che conta i cento pezzi da cento, color verde fosforescente, impilandoli uno a uno, in dieci pile da dieci pezzi, sotto al naso appuntito del masticatore? E sei costretto a pensare a cosa ci farà mai, il masticatore, con quei bei foglietti fosforescenti. Sei costretto a pensare che tu mica sei povero, eppure un blocchetto fosforescente per pagarti i vizi del mercato nero proprio non ce l’hai, e che un po’ invidioso lo sei eccome, e che sei pure un tipo gretto, tu, a dirla tutta – in fondo è a te stesso che stai parlando, mica ai microfoni di Radio Maria – e allora la voglia di prenderlo alle spalle, il masticatore, seguirlo fuori dalla banca, fargli fare cento passi per poi mettergli un cutter sotto una costola e dirgli «Stai fermo o ti sbudello», sfilargli il blocchetto dalla tasca interna, che occupa appena lo spazio di un telefonino, ti viene eccome, la voglia, o no? Ma solo perché sei un sognatore, perché ti piacciono i film francesi in bianco e nero sui criminali fascinosi, ma anche perché diecimila in un giorno solo non li guadagna neanche il tuo vecchio compagno di classe Borghi che adesso fa il chirurgo plastico, e men che meno ti capiterà un’altra occasione del genere. E dunque sei costretto a pensare che sia il volere del Creatore l’averti concesso una tale occasione, proprio a te, che per pagare le multe fai il cassiere al supermercato, a te che sei un ladro di polli, ma proprio di polli polli, quando la sera i vigilanti finiscono il turno e spengono le telecamere a circuito chiuso. A te che non batti gli scontrini sotto i dieci euro ai clienti frettolosi per tenerti i soldi non registrati. Proprio tu ti sei ritrovato in fila dietro il masticatore, e sai bene che ormai hai deciso, anzi che avevi deciso sin dal primo momento in cui quei cento pezzi da cento, di quel bel color menta, hanno ipnotizzato i tuoi occhioni blu da pesce istrice.
Non è difficile immaginare la tecnica goffa e insicura che hai messo in atto in quel piano frettoloso, impulsivo. Eppure l’hai fatto, hai trovato il coraggio di agire, poi di nasconderti, di scappare, di non farti raggiungere dalla volante di polizia arrivata così in fretta.

Ma una laurea in sociologia servirà pur a qualcosa, no? Adesso che stai correndo come un dannato, cambiando direzione ad ogni incrocio, con la sirena che ti rincorre, ripensi al periodo in cui scrivesti la tesi sugli slum venezuelani col prof. Micheli, così pignolo e borioso, che ti cancellava interi paragrafi senza spiegazione, e giungi alla conclusione che ti cercheranno ovunque tranne che su un autobus. Ed è proprio sul 34, direzione Mortegeni, che ti vai a rifugiare, dentro uno di quei parallelepipedi dove la società dà il peggio di sé, dove si ammucchiano zingarelli dalle ascelle acide, pensionati con la minima, i bruttisporchiecattivi di Scola.

Ora a proteggerti ci sono queste facce storte e rugose, storpiate dalla bruttezza della povertà. Loro non li mangiano gli strozzapreti alle cime di rapa a casa dei nonni a Castiglione dei Pepoli come fai tu, loro in agosto non se ne stanno sdraiati con le mani incrociate dietro la nuca a guardare le stelle cadenti sulle spiagge di Torre Saracena. I loro spostamenti in città avvengono mediante dinosauri di latta e sono estenuanti, macchinosi. È qui che fanno le loro saune, in questi grand hotel in movimento.

C’è uno studente di scuola media, aria dolce e triste, col suo zaino sproporzionato, i cui genitori sgrammaticati non mettendogli l’apparecchio lo hanno condannato a una bocca feroce di squalo bianco. Ci sono due bionde ucraine che i denti li hanno dritti, sì, ma grigiastri, vestite a festa con pantaloni sciatti e canottiere di pizzo sbiadite, parlano a voce alta nella loro lingua ruvida. C’è un senzatetto con indosso quattro cappotti, il cui fetore mantiene vuoto il sedile accanto. Ci sono dodici anziani. C’è un gruppo di tre confratelli pakistani dai piedi screpolati dentro sandali di cuoio logoro.
E tu? Tu, alto e belloccio, con il giacchetto di pelle che hai fatto sparire dall’armadio di tuo fratello minore quando a Natale sei tornato a casa, con quella faccia pulita da aspirante acquirente di cucine Scavolini, “care ma di classe”. Tu, che ti compiaci perché a guardarti di sfuggita è palese che quel ghetto non sia il tuo habitat naturale, tanto più adesso che hai diecimila cocuzze fosforescenti in tasca.

Alla prima fermata le porte si aprono davanti a un padre di famiglia dalla pelle scura, fermo in piedi sul marciapiede con moglie e quattro figli al seguito. L’autista collerico applica l’odiato protocollo, urla: «Devi chiudere il passeggino prima di salire».
L’immigrato finge di non capire, indica quel telaio aggrovigliato di plastica con fare innocente. «Cosa?» dice.
«Devi chiuderlo. Chiu-der-lo». L’autista si gira in cerca di consenso verso il sssserpente seduto nel primo sedile alle sue spalle, che si presenta in forma di ottantenne dai boccoli argentei e ombretto azzurro, di antica fede repubblichina, consumata da una vita trascorsa in povertà nella quale tuttavia ha sempre finto benessere, ostentando perle false al collo e trucco ottocentesco. È lei il vero bullo dell’autobus, di quell’unico non-luogo ove siano presenti individui più deboli sui quali esercitare la propria tirannia.

Ma tu ora sei un fuggiasco, proprio tu che a undici anni volevi fare il lanciatore di giavellotto, controlli se in strada la volante ti ha individuato, senti ancora l’acuto atroce della sirena ma no, nessun lampeggiante all’orizzonte, ce l’hai fatta, ancora qualche chilometro e sarai salvo, eppure addosso hai un gran senso di frustrazione, eh? Come glielo spieghi a tua mamma, che vive nel lontano comune di trecento abitanti in cui sei cresciuto, che adesso te ne vai in giro per la grande città a minacciare i masticatori con un cutter?
«Il passeggino» urla la vecchiaccia, garantendo supporto all’autista. «Questi immigrati» prosegue con ripugnanza, ben consapevole di essere ascoltata dalla famiglia di nordafricani che nel frattempo sta attraversando in fila indiana le interiora dello scatolone di ferro. «Che si comprassero l’automobile se hanno cotanti quattrini per mettere al mondo tutte quelle bestiole». E lo dice quasi sfiorando con l’indice deforme uno dei bambini dalle narici incrostate di moccolo.
La bestiola terzogenita, sui dodici anni, viene ad aggrapparsi al tuo stesso palo, fissa sognante le tue Nike con ingenui occhi marronverdi, ignaro del tanto odio che la sua mera esistenza genera in questo slum. E intanto ti sporgi per aiutare un novantenne tremante a pigiare il pulsante che prenota la fermata.
«Beato lei che è giovane e forte» ti dice la voce gracchiante del vecchio, gli occhi bagnati, ti vuole già bene come a un nipote. Gli porgi l’avambraccio affinché possa raggiungere l’uscita senza ruzzolare. Le sue dita artritiche te lo stringono con saggia violenza. «Realizza i tuoi sogni finché sei in tempo» ti sussurra, ma si commuove al punto da doversi coprire la bocca col dorso della mano molliccia e violacea.
Devi riconoscere che non hai affatto un aspetto placido, al contrario avere in tasca il blocchetto verde ti rende un fascio di nervi. Non ti capaciti di ciò che hai combinato.

Il nonno ha un sesto senso da uomo navigato, ha capito che l’hai fatta grossa. Per ricompensarlo di quell’affetto gratuito sei tentato di trasferire parte del malloppo dalla tua tasca a quella del suo paltò dai bordi sfilacciati ma l’avidità ti fa ricredere subito. L’autobus si ferma, il vecchio scende e ti saluta scuotendo una mano sopra la testa, senza girarsi. Appena l’autista riparte cerchi l’agognato tesoro con una mano, tronfio per il lavoro pulito che sei riuscito a compiere. Ma il blocchetto è sparito. L’autobus accelera tra le grida e i borbottii degli anziani passeggeri italiani, i quali intanto hanno acceso un dibattito sulla legge Bossi-Fini. Ti dimeni, tarantolato, in cerca del fagotto in tutte le altre tasche quando, con un lampo di ghiaccio nella schiena, risolvi l’enigma. Anche la bestiola terzogenita è scesa alla fermata del vecchio. Non era affatto parente degli altri nordafricani, solo era anch’egli un piccolo nordafricano. Non sei stato capace di cogliere la sua estraneità al gruppo. Inebetito schiacci la faccia al finestrino e lo vedi in piedi sul marciapiede, immobile, rimpicciolirsi con l’allontanarsi della balena gialla dentro cui ti trovi. I suoi occhietti non sono più inermi, ingenui, adesso sono taglienti e orgogliosi e stanno giusto aspettando di incontrare i tuoi almeno per un istante, e poter così raccogliere la meritata gloria. Touche, sei costretto a pensare. L’attimo successivo, del ragazzino non vi è più traccia, volatilizzato tra i palazzi fatiscenti alle sue spalle. Resti impassibile, umiliato, svuotato. Il sedile di fianco al barbone dai quattro cappotti è ancora libero.

Ti ci lasci cadere sopra, senza più alcun dubbio su quale sia il tuo posto nella giungla.

Il Purgatorio, 5 ott 2017

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CALL4COLLAGISTS /// ilPurgatorio 2018 ///

In occasione del 5* compleanno della Residenza Creativa abbiamo il piacere di organizzare una chiamata alle arti per tutti gli amici collagisti.

- TEMA: il Purgatorio (i personaggi, i peccati, Dante e Beatrice, la spiritualità, la fede, i peccatori Incontinenti i sette peccati capitali)
- SCADENZA: 21 marzo 2018
- TECNICA: collage
- SUPPORTO: carta / cartoncino / copertina di vecchi libri
- DIMENSIONI: min 10x15cm max 13x18cm
- EXPO: 7 aprile 2018 presso i nuovi locali della Residenza il Purgatorio / Somano / CN

➡️ L’OPERA VA SPEDITE (ENTRO IL 21/3/2017) A CLAUDIO LORENZONI VIA DALLA CHIESA 2/3 TROFARELLO (TO) 10028

Le opere ricevute verranno acquisite in permanenza presso la residenza artistica il Purgatorio
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www.ilpurgatorio.com
la home gallery: http://www.ilpurgatorio.com/la-home-gallery/
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For the 5th birthday of the creative residence we have the pleasure of organizing a call for a collagistas friends.

- Theme: Purgatory (the characters, seven sins, Dante and Beatrice, Paul and Frances, spirituality, Faith and incontinent Sinners) -
- Deadline: 21 March 2018
- Technique: Collage
- support: Paper/cardboard/cover of old books
- size: Min 10x15cm max 13x18cm
- EXPO: April 7, 2018 at il Purgatorio / Somano / CN / Italy

➡ ️ The work must be sent until 21 of march to Claudio Lorenzoni Via Dalla Chiesa 2 Trofarello (TO) 10028 ️ITALY

The works received will be acquired permanently at il Purgatorio Residenza Creativa
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more info: www.ilpurgatorio.com
home gallery: http://www.ilpurgatorio.com/la-home-gallery/
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Info:

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claudio lorenzoni Facebook / Instagram / Twitter 

il Purgatorio Facebook 

mail: claudiolorenzoni@yahoo.it

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#10 cartoline.dal.purgatorio.project / Perla

Cartoline dal Purgatorio

racconto di Luca Lucherini 

illustrazione di Perla Giraudo

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” Gino e Maria ”

Giunto alla soglia degli ottanta, a Gino, vedovo da sedici anni, non è rimasta che la villetta a Rodi. Cerca di andarci il più spesso possibile. L’aeroporto è ormai la sua seconda casa. Come d’abitudine va a svuotare la vescica prima di imbarcarsi. Percorre con inerzia il sentiero tra le panchine metalliche del terminal. Tutto è al proprio posto. Il vasto soffitto, il tabellone degli orari, le pinne di squalo degli aerei che in lontananza si muovono sulla pista. Il torpore tuttavia diventa sollievo nel momento in cui scorge un’anomalia. Un volto familiare. O meglio un profilo. Una donna sua coetanea, naso piccolo, capelli bianchi ben curati. Ma è la collana a ricordargli subito di chi si tratta. Maria Forni, la sua prima fidanzata, in adolescenza. Quarant’anni prima aveva sentito storie macabre sul suo conto che la davano per morta in un incidente nell’azienda di famiglia, specializzata nel lavaggio e stiratura di grandi tende da teatro. Gino si contorce nella scelta del convenevole da usare per rompere il ghiaccio. Si avvicina da dietro a passo incerto e si siede al fianco di Maria lasciando un posto vuoto a separarli. È lei a parlare per prima, senza girarsi. «Ti ho visto entrare in bagno, mi chiedevo se mi avresti salutato o meno». Gino è euforico, si sente di nuovo tredicenne. «Pensavo fossi morta!» Maria ride di gusto coprendosi la bocca. Si gira a guardarlo. Il lato destro del volto esce dall’ombra e con esso anche la cicatrice dell’ustione ovale che parte dall’occhio, si allarga per l’intera guancia e arriva all’angolo della mandibola. La pelle è una ragnatela di filacciamenti incollati uno sull’altro. Gino inorridisce, gli aumenta la sudorazione. Entrambi sprofondano nell’imbarazzo. Gino è così mortificato che si disferebbe della villa di Rodi pur di ottenere il perdono di Maria. «È solo una vecchia cicatrice» dice lei, bonaria. Gino si asciuga il sudore con la manica e fa quello che a tredici anni non ebbe mai il coraggio di fare, la bacia con fervore.

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#9 cartoline.dal.purgatorio.project / Federica

#9 cartoline dal Purgatorio Project 

racconto di Luca Lucherini 

foto di Federica Belloni

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#9 Mariasole

Mariasole ha diciannove anni, appena diplomata, zero cellulite. Ha fatto l’errore di fidanzarsi con un ragazzo più grande. Quest’individuo, snello e con una matassa di capelli che gli coprono gli occhi, da sei mesi sta cercando di suicidarsi, invano.
Una mattina Mariasole trova la dodicesima lettera d’addio arrotolata nel parabrezza dello scooter. La legge sbuffando: «Mi dicono oooh, vai a lavorare, comprati la libreria Billy, fatti valere, sii vorace. Figlidibestie, sapete cosa? io mi ammazzo. Salgo su una torre, faccio duecento avvitamenti e mi maciullo al suolo. Giusto? Sì.
Ma arrivato in cima vedo il tappeto di tetti terracotta, e lì NOOO mi prende un attacco di umanesimo, inizio a ricordare quant’è bella l’architettura, quanto l’uomo sia un animale ingegnoso e a come abbia ideato cose che io in tutta la mia misera esistenza di osservatore solitario non sarei mai in grado di immaginare, e poi NOOO noto le montagne in lontananza, con il verde degli alberi che ho sempre odiato, le montagne, diosanto, che mi fanno riaffiorare l’odore dei litri di vomito che ho versato da bambino per via del mal d’auto, le urla di mio padre mentre ripulisce la tappezzeria dei sedili, e invece ora mi sembra così lucente, quel verdemerda. E poi le nuvole, le spume ovattate compongono la forma di un gattino pelosino e io NOOO natura putrida lasciami in pace, smetti di torturarmi, sono venuto qui per volare e spiattellarmi e far inorridire i passanti. O natura, si può sapere cosa ti strafrega di me? Ho ben due genitori, degli amici, la Mariasole con le sue splendide mammelline. Il funerale sarà fin troppo affollato. Cosa vuoiii tuuu daa meee? Non hai nemmeno un’anima! (E se l’avesse? Nota a me stesso: ricordarsi di riflettere sull’esistenza dell’anima degli alberi e degli oceani). Ma intanto arriva il rosa del tramonto e allora ciao, rientro a casa in lacrime, ripetendomi sono un vigliacco sono un vigliacco sono un vigliacco. Accendo la TV, un quiz a premi, anziani volgari nel pubblico. Realizzo che non c’è via d’uscita. Per stasera distraiti, mi dico, domani ci riproverai. Ps. Più tardi kebab?»

seguite Luca e Federica su Instagram

@ cartoline.dal.purgatorio e Federica.belloni

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# 8.cartoline.dal.purgatorio.project / Edmond

#8 cartoline dal Purgatorio Project

racconto di 2000 caratteri di Luca Lucherini

 

photo Edmond Kaceli

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Torta

“Un pasticcere, per gli amici Torta, esce di casa per andare al lavoro. Durante la notte un vandalo ha scritto sul muro «Hai compiuto una buona azione oggi?»
Torta resta turbato, la frase gli ronza in testa per tutto il turno. A fine giornata si promette di fare qualcosa di altruistico entro il tragitto di ritorno a casa.
Subito una prima occasione: la sporta biodegradabile di una signora cede, riversando la spesa sul marciapiede. Torta si piega per aiutarla. Appena tocca un pacco di spaghetti la donna inizia a urlare Al ladro. Lui sorride, lei non ricambia.
Sale in macchina, guida distratto, vede un ragazzo con un borsone correre dietro a un tram e perderlo per poco. Starà andando in stazione. Torta accosta e gli chiede se vuole un passaggio. Quello lo scambia per un tassista abusivo. Torta insiste, il ragazzo minaccia di chiamare la polizia.
Allora inizia a chiedersi se quell’ostilità sia dovuta alla sua pelle di nigeriano. Sempre la solita storia? No, si è solo comportato da pazzo. Conclude che dovrà fare qualcosa di anonimo.
Parcheggia in un quartiere di villette. Cammina a lungo senza che gli vengano idee. Vede una bicicletta legata a un palo, una piccola BMX con la catena caduta. Il giovane proprietario gioirà quando la troverà aggiustata. Così si accuccia e prende a macchinare con le maglie metalliche zuppe di grasso.
Ha quasi finito quando un sassolino gli si schianta sull’orecchio. Sembra un insetto, sul momento, poi arrivano altri sassi più grandi. Il gruppo di ragazzi che glieli sta tirando è a pochi passi. Le T-shirt sono trasformate in sacchi pieni di sanpietrini. Torta è costretto a scappare.
Una volta a casa chiude la porta a tripla mandata e serra le tende. Spiritato cerca la figlia di due anni, grida: «Devo fare una buona azione». La moglie è immersa nei fumi del risotto, Ray Charles in sottofondo. «Cosa?» dice. Torta trova la bimba, l’abbraccia, le mani scorrono sul collo, inizia a strozzarla. «Devo salvarti dall’inferno che ci circonda». Il sorriso della moglie diventa una smorfia di terrore. Riesce a colpirlo con una padella.
Quando arriva la volante, un testimone dice di aver visto Torta ripulire una scritta sul muro prima di salire in casa”.

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#7 cartoline.dal.Purgatorio.Project / Edmond

#7 Luca Lucherini vs Edmond Kaceli 

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Dopo aver litigato con sua moglie, Dino si allontana di dieci passi bestemmiando. I passi diventano cento, mille, duemila. Si perde.
A Boston neanche voleva venirci. «In hotel non ci torno, me ne sto qui. Avete capito?» dice ai passanti.

Sale sulla scala antincendio di una palazzina coperta di graffiti. Si siede al primo piano, i piedi dondolano a penzoloni. «Sto qui e vi guardo dall’alto, buffoni, è chiaro?»

Lo dice in italiano. Nessuno capisce. «Voglio tornare a casa. Voglio chiudere questa faccenda una volta per tutte». Una signora cambia lato della strada, spaventata. «Pensate che stia avendo una regressione infantile? E anche se fosse? Volete che vi canti una canzone? A qualcuno fregherebbe qualcosa, in ogni caso?»
Arriva uno scroscio d’acqua estivo, dieci secondi sufficienti a inzupparlo. «Brava pioggia, spazza via ogni dolore, ogni rumore, ogni barlume di speranza».

Una volante della polizia accosta sotto i suoi piedi. Dal sedile posteriore scende sua moglie Amanda, una donna distinta sui cinquanta. Una piccola folla di passanti crea un semicerchio a breve distanza. «Siamo in ritardo» dice Amanda con un tono appena udibile.
«Io canto fin che mi pare, il cielo è seeempre più blu!»
I passanti ridacchiano.
I poliziotti aspettano un cenno della donna per prenderlo con la forza.
Amanda e Dino vengono accompagnati all’obitorio del Massachusetts General Hospital.
«Non voglio vederla, uffa» Dino si siede sul pavimento ghiacciato abbracciandosi le ginocchia.

Amanda piange impassibile.

Un medico apre la sacca di plastica dentro cui si trova il cadavere violaceo di una ragazza di vent’anni in forte sovrappeso, treccine all’africana. L’addome è nero di lividi. «Emorragia interna» dice il medico, «il fidanzato le ha sferrato pugni molto violenti».
Dino si alza di scatto, ruba la pistola del poliziotto più giovane e spara all’impazzata sul corpo della figlia. «Perché sei voluta venire qui, maledetta? Cosa ti mancava a casa con noi?»
Un proiettile rimbalza sul braccio del medico.
Dino si avvicina al volto della ragazza, forse per baciarla.

È solo un attimo, il poliziotto anziano gli spara alla nuca.

Amanda non muove un muscolo. Lentamente chiude gli occhi.

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# 6 cartoline.dal.Purgatorio.Project / Ester

#6 Luca Lucherini vs Ester Ruberto

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Un uomo nudo esce dall’acqua e cammina sul molo fino alla strada, dove prende la direzione della piazza centrale del paese. Alto 159 cm, 143 kg di peso, avanza a passi spavaldi, cadenzati, pendendo in avanti come un bove che si regga a fatica su due gambe. Dita dei piedi insaccate, unghie lunghe, il vermicello nero sotto ad ognuna. Micosi gialle agli alluci. Cosce tamugne striate di smagliature si raschiano l’un l’altra alimentando un’infiammazione cronica fatta di puntini sanguinolenti fino allo scroto. Il pene grinzoso, base sottile, glande a diamante, fa da capezzolo alla sfera di lardo pubico che staziona sotto una grossa colata di grasso che un tempo era l’addome e che ora è riconoscibile dal cadente ombelico nel quale entrerebbe il pugno di un bambino. La schiuma di sudore esce da sotto i flosci seni adiposi, coperti da peli unti. Mani dai palmi larghi e dita corte. Sulle nocche croste di psoriasi grattate dall’impazienza. Avambracci neri di peli, bicipiti e spalle uniti in un solo muro di pelle rossiccia, macchiata dal sole. Un salvagente di lardo intorno al collo forma un cuscino puntinato di barba su cui poggia la testa. Il mento è spinto all’interno, la bocca piccolissima, carnosa, viola, umida di saliva in eccesso, i baffi spioventi, marcati, il naso deforme da pugile, occhi minuscoli, due spazzole come sopracciglia. Capelli lunghi, radi, schiacciati all’indietro nel tentativo vano di coprire la calvizie.
«Che fa Don Mimì?» dice un ambulante.
«Ma è proprio lui?» fa eco un ragazzo.
Il chiacchiericcio diventa psicosi isterica nella piazza. Barbiere, tabaccaio, macellaio escono dai loculi con i rispettivi clienti. Tutti a guardare il boss temutissimo, nudo ma trionfante.
Don Mimì entra nel bar centrale, dove i pensionati giocano a carte. Ordina caffè e cornetto.
Tutto il paese è ormai riunito, chiassoso, nella piazza adiacente. Il barista si pulisce le mani tremanti sul grembiule. Gli altri clienti, muti, escono di fretta. Don Mimì rimane solo, finisce il cornetto con calma e finalmente si posiziona sotto l’insegna del bar. Alza una mano per chiamare il silenzio. La piazza tace all’istante. Con voce rombante espone il suo annuncio.

racconto di Luca

foto di Ester

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#5 cartoline.dal.Purgatorio.Project / irene

cartoline dal Purgatorio Project

#5 Luca vs Irene the return

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Racconto: ALDO, di Luca Lucherini

foto: Irene Brusa

ALDO

Aldo è un uomo bellissimo. Entra in classe e dal fondo parte una pernacchia. Insegna italiano in quel liceo da un mese e l’accoglienza è sempre la stessa. Se ne salvano un paio, il resto è un branco irrecuperabile. Aldo ha chiesto il trasferimento ma il preside è tignoso.
Alla cattedra riflette un momento. Ghigna. Ha capito come farsi cacciare.
«Catecumeni all’ascolto! Non aspettatevi saggezza epicurea né chiose draconiane, d’altronde non sono che un umile afasico al servizio di voi istrioni e delle vostre soverchie simpatie. Scaccerò la vetusta cosmogonia che v’appartiene. Ostracismo e bivacco abulici saranno solo un ricordo. Creeremo un simulacro delle virtù ove mi aspetto risposte sibilline e dionisiaca letizia. Fine del caravanserraglio. O miei virgulti, ci sono domande?»
Dal fondo: «Prof, non riesco a togliermi la penna dal culo, mi aiuta?»
«Orbene, interrogherò. Lelli, vieni qui, gaglioffo».
La litania prosegue per tutta la settimana, quando, coperto di proteste dei genitori, il preside convoca Aldo.
«Cosa vuole ottenere con questa commedia?»
«La lor vita è tanto bassa, Preside».
«La smetta, su».
«Essi grufolano come macachi».
«Ora basta!»
A casa Aldo prepara una cena squisita. Mentre affina l’aglio sente parte del cervello staccarsi dal sistema nervoso. Un click che lo turba. A tavola si rivolge a sua moglie: «Buona donna, siffatte libagioni renderebbero fiere le truppe d’Oriente, nevvero?»
Lei lo guarda divertita. «Che hai detto?»
«Che ho detto?»
«Ripeti, non ho capito».
«Non ho parlato».
Aldo scuote la testa come un cane bagnato. Si alza barcollando. «Ùpupa!» Si picchia la fronte. «Scalzacane!» Altra botta. «Babordo e tribordo!»
«Ma che ti prende?» dice la moglie.
«Li odio tutti». Corre in bagno, abbraccia la tazza, si caccia due dita in gola. Spera che il vomito si porti via quelle parole marce. «Amore… Tritaferro!»
La moglie lo raggiunge in bagno sconsolata. Si accascia con lui. Gli accarezza i capelli, trova la porticina metallica sulla nuca, la apre e pigia l’interruttore Off.
Torna in salotto, telefona a sua sorella, direttrice di un’azienda di robotica a Oslo. «Hai fallito anche stavolta, ti avevo chiesto l’uomo perfetto. L’hai fatto troppo umano».

Aldo è un uomo bellissimo. Entra in classe e dal fondo parte una pernacchia. Insegna italiano in quel liceo da un mese e l’accoglienza è sempre la stessa. Se ne salvano un paio, il resto è un branco irrecuperabile. Aldo ha chiesto il trasferimento ma il preside è tignoso.
Alla cattedra riflette un momento. Ghigna. Ha capito come farsi cacciare.
«Catecumeni all’ascolto! Non aspettatevi saggezza epicurea né chiose draconiane, d’altronde non sono che un umile afasico al servizio di voi istrioni e delle vostre soverchie simpatie. Scaccerò la vetusta cosmogonia che v’appartiene. Ostracismo e bivacco abulici saranno solo un ricordo. Creeremo un simulacro delle virtù ove mi aspetto risposte sibilline e dionisiaca letizia. Fine del caravanserraglio. O miei virgulti, ci sono domande?»
Dal fondo: «Prof, non riesco a togliermi la penna dal culo, mi aiuta?»
«Orbene, interrogherò. Lelli, vieni qui, gaglioffo».
La litania prosegue per tutta la settimana, quando, coperto di proteste dei genitori, il preside convoca Aldo.
«Cosa vuole ottenere con questa commedia?»
«La lor vita è tanto bassa, Preside».
«La smetta, su».
«Essi grufolano come macachi».
«Ora basta!»
A casa Aldo prepara una cena squisita. Mentre affina l’aglio sente parte del cervello staccarsi dal sistema nervoso. Un click che lo turba. A tavola si rivolge a sua moglie: «Buona donna, siffatte libagioni renderebbero fiere le truppe d’Oriente, nevvero?»
Lei lo guarda divertita. «Che hai detto?»
«Che ho detto?»
«Ripeti, non ho capito».
«Non ho parlato».
Aldo scuote la testa come un cane bagnato. Si alza barcollando. «Ùpupa!» Si picchia la fronte. «Scalzacane!» Altra botta. «Babordo e tribordo!»
«Ma che ti prende?» dice la moglie.
«Li odio tutti». Corre in bagno, abbraccia la tazza, si caccia due dita in gola. Spera che il vomito si porti via quelle parole marce. «Amore… Tritaferro!»
La moglie lo raggiunge in bagno sconsolata. Si accascia con lui. Gli accarezza i capelli, trova la porticina metallica sulla nuca, la apre e pigia l’interruttore Off.
Torna in salotto, telefona a sua sorella, direttrice di un’azienda di robotica a Oslo. «Hai fallito anche stavolta, ti avevo chiesto l’uomo perfetto. L’hai fatto troppo umano».

 

 

 

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#4 cartoline dal Purgatorio Project / Alberto

#Luca vs Alberto

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racconto di: Luca Lucherini

foto di: Alberto Selvestrel

TOMMASO

Tommaso fa il ricercatore all’università. Non è fidanzato e sa che la sua insicurezza lo renderà single ancora per un pezzo.
Alla fermata del bus c’è una ragazza bionda, atletica, trentadue anni al massimo. Sbuffa, fuma, fa brevi telefonate in cui traspare una personalità dominante. La borsa a tracolla marca due seni importanti. Stringe gli occhi su Tommi, lo studia, gli rivolge la parola. «Dividiamo una corsa in taxi? Tanto andiamo nella stessa direzione».
Tommi accetta con voce tremante. Dentro l’auto si ricorda di non avere soldi con sé. Mary – così si fa chiamare – ride sarcastica, dice: «Quindi per farmeli restituire sono costretta a darti il mio numero?»
Tommi si indigna.
Il giorno dopo si incontrano, Mary gli dice di essere lesbica e lo sfotte per non averlo capito da solo. Lui è sollevato. Tra loro nasce una grande amicizia. Mary è un ciclone di solarità, si affeziona a Tommi come a un fratellino. Legge i libri che lui le consiglia, gli procura biglietti per il teatro e altri privilegi, sempre con una risata contagiosa. Per il suo trentacinquesimo compleanno obbliga Tommi a ubriacarsi e fare scherzi telefonici. «Fallo come regalo» lo implora.
Tommi telefona a persone trovate a caso da Mary sull’elenco, comunicando che il giorno successivo ci sarà una riunione condominiale sul tetto. Alcune vittime lo insultano, altre accettano l’informazione. Mary è pazza dal ridere, Tommi vomita il rum. Si sveglia la mattina avvolto in soffici coperte, un caffè ad aspettarlo. Mary si scusa e lo abbraccia più stretto del solito.
La settimana successiva Tommi viene arrestato. L’accusa è omicidio premeditato. Una delle persone a cui ha telefonato ha ricevuto dodici coltellate sul tetto del proprio palazzo. Quella telefonata lo inchioda. Tommi si difende con le unghie: «Lo scherzo l’ha ideato Mary!»
Gli rispondono che non esiste nessuna Mariapia Serra e che il suo numero è inesistente. La condanna è di ventisei anni. Ne passano tre. Tommi in cella invecchia al doppio della velocità. Quando Mary lo va a trovare ha una parrucca nera, le labbra rifatte, qualche chilo in più. Gli dice: «Quel giorno, alla fermata del bus, non mi è sembrato vero. Eri perfetto per il mio piano. Il caso sa essere demoniaco».

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