#10 cartoline.dal.purgatorio.project / Perla

Cartoline dal Purgatorio

racconto di Luca Lucherini 

illustrazione di Perla Giraudo

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” Gino e Maria ”

Giunto alla soglia degli ottanta, a Gino, vedovo da sedici anni, non è rimasta che la villetta a Rodi. Cerca di andarci il più spesso possibile. L’aeroporto è ormai la sua seconda casa. Come d’abitudine va a svuotare la vescica prima di imbarcarsi. Percorre con inerzia il sentiero tra le panchine metalliche del terminal. Tutto è al proprio posto. Il vasto soffitto, il tabellone degli orari, le pinne di squalo degli aerei che in lontananza si muovono sulla pista. Il torpore tuttavia diventa sollievo nel momento in cui scorge un’anomalia. Un volto familiare. O meglio un profilo. Una donna sua coetanea, naso piccolo, capelli bianchi ben curati. Ma è la collana a ricordargli subito di chi si tratta. Maria Forni, la sua prima fidanzata, in adolescenza. Quarant’anni prima aveva sentito storie macabre sul suo conto che la davano per morta in un incidente nell’azienda di famiglia, specializzata nel lavaggio e stiratura di grandi tende da teatro. Gino si contorce nella scelta del convenevole da usare per rompere il ghiaccio. Si avvicina da dietro a passo incerto e si siede al fianco di Maria lasciando un posto vuoto a separarli. È lei a parlare per prima, senza girarsi. «Ti ho visto entrare in bagno, mi chiedevo se mi avresti salutato o meno». Gino è euforico, si sente di nuovo tredicenne. «Pensavo fossi morta!» Maria ride di gusto coprendosi la bocca. Si gira a guardarlo. Il lato destro del volto esce dall’ombra e con esso anche la cicatrice dell’ustione ovale che parte dall’occhio, si allarga per l’intera guancia e arriva all’angolo della mandibola. La pelle è una ragnatela di filacciamenti incollati uno sull’altro. Gino inorridisce, gli aumenta la sudorazione. Entrambi sprofondano nell’imbarazzo. Gino è così mortificato che si disferebbe della villa di Rodi pur di ottenere il perdono di Maria. «È solo una vecchia cicatrice» dice lei, bonaria. Gino si asciuga il sudore con la manica e fa quello che a tredici anni non ebbe mai il coraggio di fare, la bacia con fervore.

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#9 cartoline.dal.purgatorio.project / Federica

#9 cartoline dal Purgatorio Project 

racconto di Luca Lucherini 

foto di Federica Belloni

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#9 Mariasole

Mariasole ha diciannove anni, appena diplomata, zero cellulite. Ha fatto l’errore di fidanzarsi con un ragazzo più grande. Quest’individuo, snello e con una matassa di capelli che gli coprono gli occhi, da sei mesi sta cercando di suicidarsi, invano.
Una mattina Mariasole trova la dodicesima lettera d’addio arrotolata nel parabrezza dello scooter. La legge sbuffando: «Mi dicono oooh, vai a lavorare, comprati la libreria Billy, fatti valere, sii vorace. Figlidibestie, sapete cosa? io mi ammazzo. Salgo su una torre, faccio duecento avvitamenti e mi maciullo al suolo. Giusto? Sì.
Ma arrivato in cima vedo il tappeto di tetti terracotta, e lì NOOO mi prende un attacco di umanesimo, inizio a ricordare quant’è bella l’architettura, quanto l’uomo sia un animale ingegnoso e a come abbia ideato cose che io in tutta la mia misera esistenza di osservatore solitario non sarei mai in grado di immaginare, e poi NOOO noto le montagne in lontananza, con il verde degli alberi che ho sempre odiato, le montagne, diosanto, che mi fanno riaffiorare l’odore dei litri di vomito che ho versato da bambino per via del mal d’auto, le urla di mio padre mentre ripulisce la tappezzeria dei sedili, e invece ora mi sembra così lucente, quel verdemerda. E poi le nuvole, le spume ovattate compongono la forma di un gattino pelosino e io NOOO natura putrida lasciami in pace, smetti di torturarmi, sono venuto qui per volare e spiattellarmi e far inorridire i passanti. O natura, si può sapere cosa ti strafrega di me? Ho ben due genitori, degli amici, la Mariasole con le sue splendide mammelline. Il funerale sarà fin troppo affollato. Cosa vuoiii tuuu daa meee? Non hai nemmeno un’anima! (E se l’avesse? Nota a me stesso: ricordarsi di riflettere sull’esistenza dell’anima degli alberi e degli oceani). Ma intanto arriva il rosa del tramonto e allora ciao, rientro a casa in lacrime, ripetendomi sono un vigliacco sono un vigliacco sono un vigliacco. Accendo la TV, un quiz a premi, anziani volgari nel pubblico. Realizzo che non c’è via d’uscita. Per stasera distraiti, mi dico, domani ci riproverai. Ps. Più tardi kebab?»

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# 8.cartoline.dal.purgatorio.project / Edmond

#8 cartoline dal Purgatorio Project

racconto di 2000 caratteri di Luca Lucherini

 

photo Edmond Kaceli

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Torta

“Un pasticcere, per gli amici Torta, esce di casa per andare al lavoro. Durante la notte un vandalo ha scritto sul muro «Hai compiuto una buona azione oggi?»
Torta resta turbato, la frase gli ronza in testa per tutto il turno. A fine giornata si promette di fare qualcosa di altruistico entro il tragitto di ritorno a casa.
Subito una prima occasione: la sporta biodegradabile di una signora cede, riversando la spesa sul marciapiede. Torta si piega per aiutarla. Appena tocca un pacco di spaghetti la donna inizia a urlare Al ladro. Lui sorride, lei non ricambia.
Sale in macchina, guida distratto, vede un ragazzo con un borsone correre dietro a un tram e perderlo per poco. Starà andando in stazione. Torta accosta e gli chiede se vuole un passaggio. Quello lo scambia per un tassista abusivo. Torta insiste, il ragazzo minaccia di chiamare la polizia.
Allora inizia a chiedersi se quell’ostilità sia dovuta alla sua pelle di nigeriano. Sempre la solita storia? No, si è solo comportato da pazzo. Conclude che dovrà fare qualcosa di anonimo.
Parcheggia in un quartiere di villette. Cammina a lungo senza che gli vengano idee. Vede una bicicletta legata a un palo, una piccola BMX con la catena caduta. Il giovane proprietario gioirà quando la troverà aggiustata. Così si accuccia e prende a macchinare con le maglie metalliche zuppe di grasso.
Ha quasi finito quando un sassolino gli si schianta sull’orecchio. Sembra un insetto, sul momento, poi arrivano altri sassi più grandi. Il gruppo di ragazzi che glieli sta tirando è a pochi passi. Le T-shirt sono trasformate in sacchi pieni di sanpietrini. Torta è costretto a scappare.
Una volta a casa chiude la porta a tripla mandata e serra le tende. Spiritato cerca la figlia di due anni, grida: «Devo fare una buona azione». La moglie è immersa nei fumi del risotto, Ray Charles in sottofondo. «Cosa?» dice. Torta trova la bimba, l’abbraccia, le mani scorrono sul collo, inizia a strozzarla. «Devo salvarti dall’inferno che ci circonda». Il sorriso della moglie diventa una smorfia di terrore. Riesce a colpirlo con una padella.
Quando arriva la volante, un testimone dice di aver visto Torta ripulire una scritta sul muro prima di salire in casa”.

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#7 cartoline.dal.Purgatorio.Project / Edmond

#7 Luca Lucherini vs Edmond Kaceli 

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Dopo aver litigato con sua moglie, Dino si allontana di dieci passi bestemmiando. I passi diventano cento, mille, duemila. Si perde.
A Boston neanche voleva venirci. «In hotel non ci torno, me ne sto qui. Avete capito?» dice ai passanti.

Sale sulla scala antincendio di una palazzina coperta di graffiti. Si siede al primo piano, i piedi dondolano a penzoloni. «Sto qui e vi guardo dall’alto, buffoni, è chiaro?»

Lo dice in italiano. Nessuno capisce. «Voglio tornare a casa. Voglio chiudere questa faccenda una volta per tutte». Una signora cambia lato della strada, spaventata. «Pensate che stia avendo una regressione infantile? E anche se fosse? Volete che vi canti una canzone? A qualcuno fregherebbe qualcosa, in ogni caso?»
Arriva uno scroscio d’acqua estivo, dieci secondi sufficienti a inzupparlo. «Brava pioggia, spazza via ogni dolore, ogni rumore, ogni barlume di speranza».

Una volante della polizia accosta sotto i suoi piedi. Dal sedile posteriore scende sua moglie Amanda, una donna distinta sui cinquanta. Una piccola folla di passanti crea un semicerchio a breve distanza. «Siamo in ritardo» dice Amanda con un tono appena udibile.
«Io canto fin che mi pare, il cielo è seeempre più blu!»
I passanti ridacchiano.
I poliziotti aspettano un cenno della donna per prenderlo con la forza.
Amanda e Dino vengono accompagnati all’obitorio del Massachusetts General Hospital.
«Non voglio vederla, uffa» Dino si siede sul pavimento ghiacciato abbracciandosi le ginocchia.

Amanda piange impassibile.

Un medico apre la sacca di plastica dentro cui si trova il cadavere violaceo di una ragazza di vent’anni in forte sovrappeso, treccine all’africana. L’addome è nero di lividi. «Emorragia interna» dice il medico, «il fidanzato le ha sferrato pugni molto violenti».
Dino si alza di scatto, ruba la pistola del poliziotto più giovane e spara all’impazzata sul corpo della figlia. «Perché sei voluta venire qui, maledetta? Cosa ti mancava a casa con noi?»
Un proiettile rimbalza sul braccio del medico.
Dino si avvicina al volto della ragazza, forse per baciarla.

È solo un attimo, il poliziotto anziano gli spara alla nuca.

Amanda non muove un muscolo. Lentamente chiude gli occhi.

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# 6 cartoline.dal.Purgatorio.Project / Ester

#6 Luca Lucherini vs Ester Ruberto

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Un uomo nudo esce dall’acqua e cammina sul molo fino alla strada, dove prende la direzione della piazza centrale del paese. Alto 159 cm, 143 kg di peso, avanza a passi spavaldi, cadenzati, pendendo in avanti come un bove che si regga a fatica su due gambe. Dita dei piedi insaccate, unghie lunghe, il vermicello nero sotto ad ognuna. Micosi gialle agli alluci. Cosce tamugne striate di smagliature si raschiano l’un l’altra alimentando un’infiammazione cronica fatta di puntini sanguinolenti fino allo scroto. Il pene grinzoso, base sottile, glande a diamante, fa da capezzolo alla sfera di lardo pubico che staziona sotto una grossa colata di grasso che un tempo era l’addome e che ora è riconoscibile dal cadente ombelico nel quale entrerebbe il pugno di un bambino. La schiuma di sudore esce da sotto i flosci seni adiposi, coperti da peli unti. Mani dai palmi larghi e dita corte. Sulle nocche croste di psoriasi grattate dall’impazienza. Avambracci neri di peli, bicipiti e spalle uniti in un solo muro di pelle rossiccia, macchiata dal sole. Un salvagente di lardo intorno al collo forma un cuscino puntinato di barba su cui poggia la testa. Il mento è spinto all’interno, la bocca piccolissima, carnosa, viola, umida di saliva in eccesso, i baffi spioventi, marcati, il naso deforme da pugile, occhi minuscoli, due spazzole come sopracciglia. Capelli lunghi, radi, schiacciati all’indietro nel tentativo vano di coprire la calvizie.
«Che fa Don Mimì?» dice un ambulante.
«Ma è proprio lui?» fa eco un ragazzo.
Il chiacchiericcio diventa psicosi isterica nella piazza. Barbiere, tabaccaio, macellaio escono dai loculi con i rispettivi clienti. Tutti a guardare il boss temutissimo, nudo ma trionfante.
Don Mimì entra nel bar centrale, dove i pensionati giocano a carte. Ordina caffè e cornetto.
Tutto il paese è ormai riunito, chiassoso, nella piazza adiacente. Il barista si pulisce le mani tremanti sul grembiule. Gli altri clienti, muti, escono di fretta. Don Mimì rimane solo, finisce il cornetto con calma e finalmente si posiziona sotto l’insegna del bar. Alza una mano per chiamare il silenzio. La piazza tace all’istante. Con voce rombante espone il suo annuncio.

racconto di Luca

foto di Ester

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#5 cartoline.dal.Purgatorio.Project / irene

cartoline dal Purgatorio Project

#5 Luca vs Irene the return

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Racconto: ALDO, di Luca Lucherini

foto: Irene Brusa

ALDO

Aldo è un uomo bellissimo. Entra in classe e dal fondo parte una pernacchia. Insegna italiano in quel liceo da un mese e l’accoglienza è sempre la stessa. Se ne salvano un paio, il resto è un branco irrecuperabile. Aldo ha chiesto il trasferimento ma il preside è tignoso.
Alla cattedra riflette un momento. Ghigna. Ha capito come farsi cacciare.
«Catecumeni all’ascolto! Non aspettatevi saggezza epicurea né chiose draconiane, d’altronde non sono che un umile afasico al servizio di voi istrioni e delle vostre soverchie simpatie. Scaccerò la vetusta cosmogonia che v’appartiene. Ostracismo e bivacco abulici saranno solo un ricordo. Creeremo un simulacro delle virtù ove mi aspetto risposte sibilline e dionisiaca letizia. Fine del caravanserraglio. O miei virgulti, ci sono domande?»
Dal fondo: «Prof, non riesco a togliermi la penna dal culo, mi aiuta?»
«Orbene, interrogherò. Lelli, vieni qui, gaglioffo».
La litania prosegue per tutta la settimana, quando, coperto di proteste dei genitori, il preside convoca Aldo.
«Cosa vuole ottenere con questa commedia?»
«La lor vita è tanto bassa, Preside».
«La smetta, su».
«Essi grufolano come macachi».
«Ora basta!»
A casa Aldo prepara una cena squisita. Mentre affina l’aglio sente parte del cervello staccarsi dal sistema nervoso. Un click che lo turba. A tavola si rivolge a sua moglie: «Buona donna, siffatte libagioni renderebbero fiere le truppe d’Oriente, nevvero?»
Lei lo guarda divertita. «Che hai detto?»
«Che ho detto?»
«Ripeti, non ho capito».
«Non ho parlato».
Aldo scuote la testa come un cane bagnato. Si alza barcollando. «Ùpupa!» Si picchia la fronte. «Scalzacane!» Altra botta. «Babordo e tribordo!»
«Ma che ti prende?» dice la moglie.
«Li odio tutti». Corre in bagno, abbraccia la tazza, si caccia due dita in gola. Spera che il vomito si porti via quelle parole marce. «Amore… Tritaferro!»
La moglie lo raggiunge in bagno sconsolata. Si accascia con lui. Gli accarezza i capelli, trova la porticina metallica sulla nuca, la apre e pigia l’interruttore Off.
Torna in salotto, telefona a sua sorella, direttrice di un’azienda di robotica a Oslo. «Hai fallito anche stavolta, ti avevo chiesto l’uomo perfetto. L’hai fatto troppo umano».

Aldo è un uomo bellissimo. Entra in classe e dal fondo parte una pernacchia. Insegna italiano in quel liceo da un mese e l’accoglienza è sempre la stessa. Se ne salvano un paio, il resto è un branco irrecuperabile. Aldo ha chiesto il trasferimento ma il preside è tignoso.
Alla cattedra riflette un momento. Ghigna. Ha capito come farsi cacciare.
«Catecumeni all’ascolto! Non aspettatevi saggezza epicurea né chiose draconiane, d’altronde non sono che un umile afasico al servizio di voi istrioni e delle vostre soverchie simpatie. Scaccerò la vetusta cosmogonia che v’appartiene. Ostracismo e bivacco abulici saranno solo un ricordo. Creeremo un simulacro delle virtù ove mi aspetto risposte sibilline e dionisiaca letizia. Fine del caravanserraglio. O miei virgulti, ci sono domande?»
Dal fondo: «Prof, non riesco a togliermi la penna dal culo, mi aiuta?»
«Orbene, interrogherò. Lelli, vieni qui, gaglioffo».
La litania prosegue per tutta la settimana, quando, coperto di proteste dei genitori, il preside convoca Aldo.
«Cosa vuole ottenere con questa commedia?»
«La lor vita è tanto bassa, Preside».
«La smetta, su».
«Essi grufolano come macachi».
«Ora basta!»
A casa Aldo prepara una cena squisita. Mentre affina l’aglio sente parte del cervello staccarsi dal sistema nervoso. Un click che lo turba. A tavola si rivolge a sua moglie: «Buona donna, siffatte libagioni renderebbero fiere le truppe d’Oriente, nevvero?»
Lei lo guarda divertita. «Che hai detto?»
«Che ho detto?»
«Ripeti, non ho capito».
«Non ho parlato».
Aldo scuote la testa come un cane bagnato. Si alza barcollando. «Ùpupa!» Si picchia la fronte. «Scalzacane!» Altra botta. «Babordo e tribordo!»
«Ma che ti prende?» dice la moglie.
«Li odio tutti». Corre in bagno, abbraccia la tazza, si caccia due dita in gola. Spera che il vomito si porti via quelle parole marce. «Amore… Tritaferro!»
La moglie lo raggiunge in bagno sconsolata. Si accascia con lui. Gli accarezza i capelli, trova la porticina metallica sulla nuca, la apre e pigia l’interruttore Off.
Torna in salotto, telefona a sua sorella, direttrice di un’azienda di robotica a Oslo. «Hai fallito anche stavolta, ti avevo chiesto l’uomo perfetto. L’hai fatto troppo umano».

 

 

 

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#4 cartoline dal Purgatorio Project / Alberto

#Luca vs Alberto

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racconto di: Luca Lucherini

foto di: Alberto Selvestrel

TOMMASO

Tommaso fa il ricercatore all’università. Non è fidanzato e sa che la sua insicurezza lo renderà single ancora per un pezzo.
Alla fermata del bus c’è una ragazza bionda, atletica, trentadue anni al massimo. Sbuffa, fuma, fa brevi telefonate in cui traspare una personalità dominante. La borsa a tracolla marca due seni importanti. Stringe gli occhi su Tommi, lo studia, gli rivolge la parola. «Dividiamo una corsa in taxi? Tanto andiamo nella stessa direzione».
Tommi accetta con voce tremante. Dentro l’auto si ricorda di non avere soldi con sé. Mary – così si fa chiamare – ride sarcastica, dice: «Quindi per farmeli restituire sono costretta a darti il mio numero?»
Tommi si indigna.
Il giorno dopo si incontrano, Mary gli dice di essere lesbica e lo sfotte per non averlo capito da solo. Lui è sollevato. Tra loro nasce una grande amicizia. Mary è un ciclone di solarità, si affeziona a Tommi come a un fratellino. Legge i libri che lui le consiglia, gli procura biglietti per il teatro e altri privilegi, sempre con una risata contagiosa. Per il suo trentacinquesimo compleanno obbliga Tommi a ubriacarsi e fare scherzi telefonici. «Fallo come regalo» lo implora.
Tommi telefona a persone trovate a caso da Mary sull’elenco, comunicando che il giorno successivo ci sarà una riunione condominiale sul tetto. Alcune vittime lo insultano, altre accettano l’informazione. Mary è pazza dal ridere, Tommi vomita il rum. Si sveglia la mattina avvolto in soffici coperte, un caffè ad aspettarlo. Mary si scusa e lo abbraccia più stretto del solito.
La settimana successiva Tommi viene arrestato. L’accusa è omicidio premeditato. Una delle persone a cui ha telefonato ha ricevuto dodici coltellate sul tetto del proprio palazzo. Quella telefonata lo inchioda. Tommi si difende con le unghie: «Lo scherzo l’ha ideato Mary!»
Gli rispondono che non esiste nessuna Mariapia Serra e che il suo numero è inesistente. La condanna è di ventisei anni. Ne passano tre. Tommi in cella invecchia al doppio della velocità. Quando Mary lo va a trovare ha una parrucca nera, le labbra rifatte, qualche chilo in più. Gli dice: «Quel giorno, alla fermata del bus, non mi è sembrato vero. Eri perfetto per il mio piano. Il caso sa essere demoniaco».

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#3 cartoline dal Purgatorio Project / Irene

#cartolinedalpurgatorioproject

#3 Luca vs Irene

silvia

racconto di: Luca LUCHERINI

foto: Irene BRUSA

SILVIA 

Silvia lascia il fidanzato sull’altare, lui il mese dopo si impicca.A casa la luce del frigo inizia a sfarfallare, il forno si rifiuta di funzionare. Silvia arretra di un passo, parla agli elettrodomestici come fossero giudici della corte d’appello: «Non volevo che succedesse!»Il karma è fetente, può agire in qualsiasi momento.

E agirà, Silvia ne è certa.

Cammina verso l’auto controllando che non cadano tegole dai tetti. Guida piano. Con il traffico a fisarmonica è costretta a inchiodare.

Strilla: «Non voglio morire tra le lamiere».

Respira. Falso allarme.Da un mese lavora come attacchina di manifesti pubblicitari. Di notte. Le hanno assegnato un collega cicciottello, fan di Masterchef. Lui prepara le strisce, lei le incolla col pennellone.

Routine oliata.«Cracco senza barba l’hai visto? Un cucciolo di foca» dice Ciccio.Lei annuisce. Pensa al momento in cui un fulmine la colpirà, un camion la investirà, la massiccia cornice di ferro di un cartellone le sfonderà il cranio.

Dentro l’Apecar Ciccio occupa due terzi dello spazio. «Oggi fanno trenta giorni dacché lavoriamo in coppia» dice allegro. «Voglio offrirti una birra».

Entrano al bar Vagone. Tavoli e sedie di plastica sotto una veranda di tela sporca. Il rumore assordante dei treni alle loro spalle.

«Come mai una come te è finita qui?»

Silvia va nel panico.

«Ero un magistrato. Lavoravo moltissimo. Non è stata colpa mia».

La pioggia prende a scrosciare.«Okay» dice Ciccio, contrariato per il temporale. Aspettava quel momento da un mese, sperava in un romantico chiaro di luna.

«Mi serviva tempo. Lui lo sapeva. Mi credi, vero?»

«Io so solo che sei la più bella ragazza mai entrata al Vagone».

«Tu hai mai fatto soffrire qualcuno?» Ciccio la guarda inebetito.

Fuori albeggia.

Silvia si alza di scatto.

«Bisogna pagare i propri debiti e andare avanti».

Corre verso i binari. Ciccio la va dietro ma lei è troppo veloce.

Il treno ormai è vicino.

Silvia non vuole ammazzarsi. Si sdraia, appoggia i polpacci sul binario. Urla al cielo: «Ora mi lascerai libera?»

Stringe l’erba nei pugni, si prepara al dolore.

Il vento scuote gli alberi.

Le ruote d’acciaio le recidono di netto gli stinchi, i piedi rotolano per decine di metri.

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#2 cartoline dal purgatorio project / ester

#2 Luca Vs Ester

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racconto di: Luca LUCHERINI

foto: Ester RUBERTO

FABIO
Fabio è disperato. L’idea di tornare in ufficio lo annienta. Preso da un raptus sale sulla metro sbagliata. Il vagone ha un graffito a forma di pene. All’interno un barbone occupa cinque posti. La puzza riempie l’ambiente. La voce registrata scandisce i nomi delle fermate, più il treno si allontana e più l’ansia di Fabio cresce.
Ormai dovrebbe essere arrivato in periferia, invece la voce dice «Mazzini». È la fermata del suo ufficio. Si alza di scatto come sempre. Poi realizza l’incongruenza. «Com’è possibile?»
Il barbone gli mostra tre denti marroni in un sorriso.
Fabio scende più in basso, c’è un’altra linea, ci sale al volo. È il più sudato della carrozza. Gli altri passeggeri lo osservano, tesi.
Ma dopo mezz’ora stesso risultato. La voce recita: «Mazzini».
«Hey!» dice rivolto all’altoparlante. «Mi state facendo un Truman show?»
La gente lo ignora.
Sale in superficie. L’edificio che ospita il suo ufficio è un grande poliedro di vetro. Decine di impiegati entrano nei tornelli grazie al badge ma quello di Fabio non funziona.
«Apra subito» urla all’uomo della sicurezza. Questi si ricorda bene di lui, ha già avvisato chi di dovere. Un ascensore si apre e ne esce un uomo basso e unto, abito costoso e scarpe di vitello.
Quando Fabio lo vede attacca: «Rivoglio il mio posto, Mentoli, la imploro».
«C’è un ordine restrittivo che le vieta di entrare qui. Lei è un ladro. Questa azienda la disprezza».
«Erano solo fogli di stampante» ne tira fuori un pacco intonso. «Li ho riportati. Mentoli, torni qui!»
Mentoli ha battuto i tacchi ed è rientrato in ascensore. L’uomo della sicurezza guarda Fabio con gli occhi di un cervo imbalsamato. Gli mostra l’uscita.
Nella metro il vagone è di nuovo quello con il graffito di un pene. Il barbone non s’è mosso. Fabio si sfoga su di lui: «Perché mi segui, bestiaccia?»
«Io ci vivo sulla Circolare».
«Voi puzzoni pensate sempre di essere le vittime numero uno ma siete solo dei falliti».
Quello ride fino a tossire.
Fabio si copre la faccia. Spera che una volta tolte le dita l’incubo sarà finito.
I denti marroni del barbone si muovono di nuovo: «Per due euro a notte puoi prenderti la fila da cinque di fronte alla mia. Pagamento anticipato»

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#1 cartoline.dal.purgatorio.project / jimmy

C O M I N G   S O O N

1 SCRITTORE e 10 MICROSTORIE: Luca Lucherini

5 ARTISTI accompagneranno con due immagini ciascuno i racconti

Ester Ruberto / Irene Brusa / Marco Petrino / Alberto Selvestrel /Jimmy Rivoltella

Il “risultato” dell’abbinamento verrà stampato in formato cartolina e distribuito.

#1 Luca vs Jimmy 

dino
Racconto di Luca Lucherini
Photo: Jimmy Rivoltella / collage su tela /
DINO
Dopo aver litigato con sua moglie, Dino si allontana di dieci passi bestemmiando. I passi diventano cento, mille, duemila. Si perde.
A Boston neanche voleva venirci. «In hotel non ci torno, me ne sto qui. Avete capito?» dice ai passanti.
Sale sulla scala antincendio di una palazzina coperta di graffiti. Si siede al primo piano, i piedi dondolano a penzoloni. «Sto qui e vi guardo dall’alto, buffoni, è chiaro?»
Lo dice in italiano. Nessuno capisce. «Voglio tornare a casa. Voglio chiudere questa faccenda una volta per tutte». Una signora cambia lato della strada, spaventata. «Pensate che stia avendo una regressione infantile? E anche se fosse? Volete che vi canti una canzone? A qualcuno fregherebbe qualcosa, in ogni caso?»
Arriva uno scroscio d’acqua estivo, dieci secondi sufficienti a inzupparlo. «Brava pioggia, spazza via ogni dolore, ogni rumore, ogni barlume di speranza».
Una volante della polizia accosta sotto i suoi piedi. Dal sedile posteriore scende sua moglie Amanda, una donna distinta sui cinquanta. Una piccola folla di passanti crea un semicerchio a breve distanza. «Siamo in ritardo» dice Amanda con un tono appena udibile.
«Io canto fin che mi pare, il cielo è seeempre più blu!»
I passanti ridacchiano.
I poliziotti aspettano un cenno della donna per prenderlo con la forza.
Amanda e Dino vengono accompagnati all’obitorio del Massachusetts General Hospital.
«Non voglio vederla, uffa» Dino si siede sul pavimento ghiacciato abbracciandosi le ginocchia.
Amanda piange impassibile.
Un medico apre la sacca di plastica dentro cui si trova il cadavere violaceo di una ragazza di vent’anni in forte sovrappeso, treccine all’africana. L’addome è nero di lividi. «Emorragia interna» dice il medico, «il fidanzato le ha sferrato pugni molto violenti».
Dino si alza di scatto, ruba la pistola del poliziotto più giovane e spara all’impazzata sul corpo della figlia. «Perché sei voluta venire qui, maledetta? Cosa ti mancava a casa con noi?»
Un proiettile rimbalza sul braccio del medico.
Dino si avvicina al volto della ragazza, forse per baciarla. È solo un attimo, il poliziotto anziano gli spara alla nuca.
Amanda non muove un muscolo. Lentamente chiude gli occhi.
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