Happy Birth Purgatorio

Buon compleanno Purgatorio

Nell’ottobre 2013 nasceva a Somano il Purgatorio Residenza Creativa. Un nuovo modo di proporre arte che ha preso il nome di un noccioleto e nasceva nella casa dei nonni dell’ideatore. Una sorta di “arte a chilometro zero”, un progetto che guardava lontano e puntava a trasformare Somano in una piccola capitale dell’arte contemporanea.

Il 14 ottobre 2018 il Purgatorio compirà il 5* anno di vita, di intensa attività culturale. Cinque anni dove il curatore ha “seminato cultura” in un territorio, quello dell’Alta Langa, prontissimo a ricevere queste iniezioni di arte contemporanea.

In questi 5 anni sono transitati nel piccolo centro Somanese un centinaio di artisti provenienti da tutta Italia e da qualche paese europeo. Il segno del loro passaggio è tutt’oggi visibile sui muri della residenza.

http://www.ilpurgatorio.com/la-home-gallery/

Per festeggiare il suo quinto compleanno il Purgatorio ha organizzato una collettiva d’arte che avrà come tema il limbo del Purgatorio. Le opere di una cinquantina di artisti saranno visibili presso la Confraternita dei Disciplinati nel centro storico di Somano.

http://www.ilpurgatorio.com/purgatoriofriends/

Altro regalo per il compleanno sarà l’inaugurazione dei nuovi locali.

La casa sarà a disposizione di chi vuole usufruirne e condividerne gli spazi, ma non sarà una struttura ricettiva. Sarà una residenza-laboratorio, una galleria d’arte in un’abitazione privata, una casa da vivere che ospiterà non solo artisti, ma anche letture e corsi di scrittura, mostre, laboratori culturali e didattici, corsi di cucina creativa, workshop e stage.

La festa di compleanno inizierà alle 15 in concomitanza con la Grande Castagnata organizzata dal Comune e dalla Proloco di Somano.

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immagine di Alberto Brusa

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Estate al Purgatorio

Riparte la stagione residenziale della galleria-laboratorio di Somano

Il 6 luglio parte la stagione delle Residenze presso il Purgatorio di Somano e lo farà con un poeta: Alberto Cellotto da Treviso che soggiornerà presso la casa/galleria d’arte/ laboratorio nel piccolo centro dell’Alta Langa alla ricerca di nuova ispirazione e con l’occasione presenterà la sua opera prima in prosa “Abbiamo fatto una gran perdita” (ed. Oèdipus).

Il progetto residenziale è il frutto di una cooperazione sviluppatasi lo scorso inverno da quando è stato coinvolto il collagista piemontese Jimmy Rivoltella per la creazione della copertina.

Da quel momento tra i due artisti ed operatori culturali di diverse regioni (Veneto e Piemonte) si è innescato un circolo virtuoso di dialogo, confronto e scambio con gli enti e le istituzioni locali.

Il coinvolgimento degli addetti al settore è stato crescente. Critici e pubblico si sono avvicinati in maniera esponenziale al tema dei processi creativi in ambito territoriale convincendosi sempre più che anche in luoghi “poco accessibili” è possibile fare cultura.

Il risultato di questa attività sarà la collaborazione tra comuni di un circondario locale sempre più attivo in ambito culturale e turistico. Il libro di Cellotto “Abbiamo fatto una gran perdita” sarà infatti presentato sabato 7 luglio alle ore 18,30 ad Albaretto della Torre in occasione dell’Alta Langa Rock Festival e replicherà domenica 8 alle 11.30 presso il salone del Comfort Cafe’ di Feisoglio.

Progetti paralleli alla presentazione la personale fotografica di Edmond Kaceli presso la Torre di Albaretto e la personale di pittura di Perla Giraudo al Comfort Cafè di Feisoglio.

 

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Quello che vedo

Il 7 luglio alle ore 20 ad Albaretto della Torre, in collaborazione con il Comune e la Proloco, presenteremo la personale fotografica di Edmond Kaceli. La mostra “Quello che vedo” sarà visitabile anche domenica 8 luglio con orario 10-18.

EDMOND KACELI “ Quello che vedo” 7-8 luglio 2018 Torre Civica / ingresso gratuito 

Ho sempre creduto che la vera storia della gente si legga sull’altra faccia della loro biografia.

Mi sono sempre piaciute le persone che non si sono mai prese troppo sul serio e che riescono a riempirsi di contentezza anche con poco. Queste persone mi piace scoprirle con voracità e presentarle al pubblico con altrettanto entusiasmo. Una di queste è Edmond Kaceli, l’amico fotografo.

Cercatelo sui social o andate a trovarlo in Langa.

CL

Chi sei?

Edmond Kaceli Nato a Lezhe, Albania, nel 1966. Laureato in Agronomia, blogger freelance per riviste Albanesi.

Fotografo per passione. Giornalista per passione e professione.  Poeta per passione.

Ho Pubblicato, fin adesso, tre libri di poesie in albanese : “Simbiosi” 1994, “Quando sono finite le fiabe.. ” 1998; in italiano “Il passero ribelle” 2005, Editrice Letteraria Internazionale (collana Poeti Italiani Contemporanei” Ragusa.

Una breve descrizione del tuo lavoro. ….. Da dove nasce la tua ispirazione?

L’ispirazione è una cosa dentro di noi, e nello stesso tempo fuori di noi. Se hai fretta di “trovarla“ non arriverà mai! E’ così personale, profonda, fluida…

Di solito le poesie le scrivo quando le cose non vanno alla grande, quando mi sento triste, pensieroso, non amato… Quando mi sento in una situazione inspiegabile…

Forse la sensazione è simile anche quando sto per scattare una foto. Cambia solo il modo di scrivere: Le lettere sono la luce.

3 aggettivi per descrivere la tua arte

solitaria, satirica, poetica

3 parole per descrivere te stesso

Triste, tenace, testardo…

Che cosa fai prima di scattare

Osservo la luce. Poi cerco di catturare ciò che ho davanti.

Qual è oggi il compito di un artista 

Raccontare storie. Per me scattare una fotografia è come ricevere (e spero anche dare) un dono.

Un regalo che vorresti ricevere

Una macchina fotografica Nikon d5

La cosa che fai meglio

Scrivere

La cosa che fai peggio

Muratore

Cosa farai da grande

Tutto quello che non sono riuscito a fare da piccolo!

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Anna

Il 22 giugno in occasione della mostra collettiva fotografica tutta al femminile “Dammi la Mano” presenteremo alle ore 20 presso la confraternita di Somano l’opera prima di Simon Schiele “Anna” (violaEditrice).

L’autore sarà presentato da Eliana Littarru.

Ti sei mai sentita sola, incompresa, abbandonata da un mondo che non ti accetta e che sei troppo piccola per capire? Sai, non sei l’unica. Armata solo del suo straordinario coraggio, Anna si destreggia tra la passione per il canto, le delusioni amorose, la scoperta dell’omosessualità del padre e l’amicizia “speciale” che la lega alla compagna Sophie. Scopri la storia vera di questa ragazza di sedici anni che ha trovato in sé la forza di realizzare i suoi sogni e che, forse, ci può insegnare a fare lo stesso. Famiglia, amicizia, amore, i tasselli che compongono il puzzle di quest’opera.

“La vita è troppo importante per essere decisa da un attimo di sconforto.”

Simon Schiele è un giovane scrittore torinese appena affacciatosi sul panorama letterario nazionale. Ha 21 anni, frequenta il corso di laurea in DAMS a Palazzo Nuovo e conta diverse collaborazioni freelance con i giornali locali. Nel febbraio 2018 vince la Menzione della Giuria al Premio Letteratura d’Amore del Centro Studi Cultura e Società con il racconto breve “Il mio mare”, essendo, di fatto, il più giovane autore a venire incluso nell’almanacco del Centro Studi.

“Anna” è il suo romanzo d’esordio.

(Dal sito della casa editrice)

http://www.violaeditrice.it/prodotto/1891/

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SILLABART Project

Il 22 giugno inizierà la Residenza di Alberto Brusa.

Cosa farà? Cosa s’inventera? Seguiteci e lo scoprirete.

SILLABART Progetto di Alberto Brusa

Un linguaggio artistico molto particolare, che trascende l’opera in sè (seppur l’oggetto in questione sia preziosissimo) per rimandare a qualcosa di astratto che ha a che fare con il cervello, con le associazioni mentali, con il gioco. Infatti le sue creazioni hanno il grande merito di strapparci un sorriso e di sorprenderci. Di andare a risvegliare quella zona della mente che in alcuni è più spiccata, in altri meno, ma che è sempre un piacere riscoprire.

Alberto Brusa è nato a Torino nel 1963. Si diploma Disegnatore Pubblicitario nel 1981 e lavora in ambiente grafico e pubblicitario dal 1983. Nel 2006 inizia a trasferire in ambito artistico l’esperienza e la creatività  maturate con la sua professione. Esercita tutt’ora come Creativo Freelance.

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Dammi La Mano

Dammi la mano

Collettiva fotografica

22.6.2018 h. 19  / Confraternita dei Battuti  / Somano (CN)

Elena Consoli – Pamela Fantinato – Anna Marconi – Gisella Molino – Egle Picozzi – Chiara Runci – Trish Korous – Birgit Zartl

Dammi l’acqua / dammi la mano / dammi la tua parola / che siamo / nello stesso mondo”  (Chandra Livia Candiani)

La vita la riceviamo, la doniamo; piombiamo nella vita e molte vite piombano nella nostra; spesso nella vita la vita ci capita e più spesso ci capita addosso senza che ce l’aspettiamo, che ce ne accorgiamo.

Questo collettiva fotografica, pienamente al femminile, è in grado di evocare una sorta di narrazione emblematica, di raccontare prima di tutto una rinascita, un farsi vivi nella vita che è già da sempre data, ma che non «è» davvero fin quando non viene scelta, non viene fatta «per noi», fatta «nostra». Non è un tornare indietro, nel ventre della madre, ma un andare nel futuro: rinascita del mondo in ogni uomo e ogni donna attraverso l’ascolto e l’attenzione, preghiera naturale dell’anima.

Raccontare la vita significa anche affrontare il male, senza condannarlo e senza giudicarlo; sentire quel che è chiamato a sentire chi agisce per il male, interrogarsi sulla voce – sulle voci – che lo chiama; evocare il male e stare, di fronte al male, dargli ospitalità senza chiedere ragioni; rendere onore alla paura. Questa postura innesca una rivoluzione piccola, silenziosa, che si riconnette all’idea di rinascita; suggerisce, e rende più comprensibile, cosa significa l’inevitabilità del bene.

Eng Version

“Give me the water/Give me your hand/give me your word/we are/in the same World” (Chandra Livia Candiai)

Life we receive it, we give it; We swoop into life and many lives swoop into ours; Often in life life happens to us and more often we happen without the expectation, that we realize.

This photographic collective, fully feminine, is able to evoke a kind of emblematic narration, to tell first of all a revival, to make yourself alive in the life that has already always been given, but that does not “really” until it is chosen, it is not Made «for us», made «our». It is not a turn back, in the womb of the mother, but a go into the future: Rebirth of the World in every man and every woman through listening and attention, natural prayer of the soul.

Telling life also means dealing with evil, without condemning it and without judging it; To hear what is called to feel who acts for evil, to question the voice-on the voices-that calls it; Evoke evil and stand, in the face of evil, give him hospitality without asking reasons; Honoring fear. This posture triggers a small, silent revolution, which reconnects to the idea of rebirth; suggests, and makes more comprehensible, what does the inevitability of the good.

 

 

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Abbiamo fatto una gran perdita

La stagione 2018 del Purgatorio prenderà il via il 6 luglio con il poeta Alberto Cellotto Cellotto che trascorrerà un soggiorno presso la Residenza Artistica  di Somano.

Con l’occasione presenterà la sua prima opera in prosa “Abbiamo fatto una gran perdita“ sabato 7 (h.18) presso la Confraternita di Albaretto della Torre e domenica mattina alle 11.30 replicherà presso la sala Comfort di Feisoglio. 

Chi è Alberto Cellotto:

Alberto Cellotto è nato il 10 novembre 1978 a Treviso. Vive a Maserada sul Piave. Lavora come responsabile comunicazione di un’azienda di articoli sportivi. Ha pubblicato i libri di poesia Vicine scadenze (Zona, 2004, con una nota di Antonio Turolo, premio APS di Pordenonelegge), Grave (Zona, 2008, con una prefazione di Fabio Franzin) e Pertiche(La Vita Felice, 2012, prefazione di Gian Mario Villalta). È autore di traduzioni da Gore Vidal, Stewart O’Nan e Frank Norris per Fazi e Amos Edizioni. Dopo aver collaborato a varie riviste, tra cui “daemon”, ora scrive sul blog Librobreve.

Sito web: www.albertocellotto.it

Per info sul libro:

http://abbiamofattounagranperdita.blogspot.com/?m=1

Collaborazione:

Proloco Albaretto / Alta Langa Rock / Eliana Littarru

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Purgatorio & Friends

Purgatorio&Friends
Mostra collettiva d’arte
Artisti vari
14 ottobre 2018 h. 15
“Confraternita dei Disciplinati“ Somano (CN)
A cura di: Claudio Lorenzoni
Staff: Associazione Il Purgatorio
Locandina: Luigi Leuce ( https://www.luigileucefactory.com/ )
Dopo le tappe al Museo a Cielo aperto di Camo (CN), presso lo Spazio Arte 24 di Dogliani (CN) e la galleria Ossimoro di Torino la collettiva d’arte dedicata al Purgatorio arriva a casa. In occasione del 5* compleanno della residenza creativa le 60 opere illustrative del limbo verranno presentate presso la confraternita dei Disciplinati di Somano, location suggestiva del XIV secolo.
Collagisti ed illustratori da tutta Italia ed Europa hanno provato a raccontare attraverso le loro
tecniche i gironi, i personaggi più e meno famosi della II* cantica libro della Divina Commedia.

-

Quaranta righe, quaranta opere: a srotolare su un tappeto le infinite accezioni del termine limbo, a celebrare l’aurea mediocritas senza limitarsi a un genere, un ritmo, un significato – o i loro opposti.

Uniti dentro alla sfumatura.

Il limbo è la stanza accanto a quella
in cui il telefono squilla,
È sapere che fuori
piove
senza che mai ti bagnino le gocce sul tetto.
Il limbo è un limite
impossibile
da passare,
che
fata morgana a passo di danza
si fa più in là
quando ti vede avvicinare.
È un orlo di veste da non sollevare.
È un grembo di soffice e dorata schiuma
che ti chiude piano gli occhi.
È la tosse che non passa e
Il tintinnio delle barche
al molo
che il vento scuote e mai sposta.
É il rumore bianco degli elettrodomestici
a riposo
che
azzera le sensazioni e ti porta indietro
nel tempo,
a dove non eri.
La parete bianca che ti
scaglia
nel vuoto e ti sospende
nello spazio: anche quello è
limbo.
O
forse
altro non è
se non questa
eterna
luminosa
pacifica
soffocante
solitudine
fatta di specchi.

Artisti / artists

Rebecca Nota

Nina Soddu

Paolo Pera

Anthony D. Kelly

Federica Mannoni

Simonetta Pedicillo

Jimmy Rivoltella

Perla Giraudo

Pia Taccone

Elena Rivautella

PLZ

Calogero Marrali

Anna Lorenzini

Demetrio Di Grado

Cinzia Farina

Giuseppe Panariello

Labravalina

Davide Fasolo

Alberto Brusa

Katia Rossi

Mimmo di Caterino & Barbara Ardau

Birgit Zartl

Carol White

Elisabete Ferreira

Andrea Iusso

Danila Ballo

Ermelinda Nuzzarello

Federico Salemi

Francesca Dondoglio

Loredana Fulgori

Luigi Leuce

Michela Liotta

Paola Franco

Paola Rattazzi

Raffaella Morgan

Solmaz Samishiraz

Sonia Ligorio

Valentina Salvatico

Dario Lo Verme

Marco Dal Cin

Giancarlo Morelli

Hilal Turşoluk

Resli Tale

Domenico De Maio

locandina-purgatoriofriends di Luigi Leuce

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La.promozione

#cartoline.dal.purgatorio

Racconti inediti di Luca Lucherini

Chi è Luca?

-   Luca Lucherini nasce a Bologna nel 1987. Pur avendo lavorato come croupier, poi nel settore bancario e infine come imprenditore nel fotovoltaico, il suo pane quotidiano è la letteratura. Viaggiatore, lettore e scrittore instancabile. Da marzo 2017 pubblica ogni domenica una microstoria sulla sua pagina instragram “cartoline.dal.purgatorio”. Da oggi, 8 ottobre 2017, su questo sito anche i suoi racconti inediti.

Dopo “cento pezzi da cento” ecco a voi:

La promozione (tempo di lettura, 6 minuti)

Tano aprì gli occhi all’alba, un’ora in anticipo sulla sveglia. Il mal di testa martellava a pieni tamburi. Questo era un bene per la sua coscienza. Almeno davanti al padreterno si sarebbe salvato.

Il posto di caporeparto si liberava di rado, la paga era di duecentoventi euro in più, l’esatto importo della rata della sua Ducati. Non poteva che essere un segnale. Aveva scongiurato tutti i santi affinché non si trovasse in competizione con Giorgio, l’amico a cui doveva tutto: il prestito dei tremila necessari come anticipo per la moto, il colloquio nell’azienda di würstel, a Monaco, dove entrambi si erano trasferiti proprio grazie a quell’offerta di lavoro trovata da Giorgio; l’aiuto come interprete nell’iniziale ricerca di un alloggio e nell’integrazione con i colleghi. Dieci anni di amicizia fraterna.

Una settimana prima, Tano era salito negli uffici. «Per il posto di caporeparto abbiamo ricevuto una sola candidatura idonea» gli aveva detto la dirigente biondiccia, guardandolo come si guarda un cane randagio che aspetta gli avanzi dei ristoranti. «Quella di Giorgio Manna. Siete ambiziosi, voi italiani, eh?»

Tano si era rificcato in tasca la candidatura ben compilata ed era tornato a casa sconsolato. Giorgio voleva quel posto, sì, ma non più di chiunque altro, e non più di Tano stesso, ma il buonsenso diceva di lasciargli la precedenza. Sarebbe bastato ritirarsi dalla corsa per considerare estinti quantomeno i debiti morali, e così aveva fatto. Andò a sfogare la frustrazione con la Ducati nell’autostrada vicina. L’unica cosa che gli piaceva davvero della Germania era il codice della strada clemente, l’assenza di limiti di velocità sulle strade aperte.

Quella settimana di perturbamento si concluse la mattina in cui Tano aprì gli occhi in anticipo sulla sveglia. Svolse la routine mattutina con malcelata naturalezza. Se avesse avuto una moglie, questa avrebbe di certo percepito il vortice di nausea e lacerazione che lo stava consumando dall’interno. Era talmente disgustato da ciò che stava per compiere che per la prima volta dopo anni percorse il tragitto verso il lavoro a velocità moderata.

Nello spogliatoio aziendale Giorgio si era già infilato camice e retina per i capelli. Accolse Tano con un sorriso dei suoi. «Ci pensi,» disse «il mese scorso mi è caduta nelle braccia quell’angelo di Selina, e il mese prossimo mi faranno caporeparto. Questo è il mio anno».

«Te lo meriti» disse Tano.

Risero e si abbracciarono dandosi pacche cameratesche. Giorgio non si accorse che Tano aveva la fronte fradicia e le mani come vetri di sauna.

Raggiunsero il posto alla filiera di tritatura, dove stavano gomito a gomito. Elias, il vecchio supervisore, smilzo e sempre distratto, avviò il nastro e la carne di maiale, ancora amalgamata con pelo, unghie, denti, viscere non svuotate, prese a scorrere disarticolata in grossi tocchi da veicolare con le mani guantate verso il trituratore. Subito Elias disse: «Muoversi, muoversi» ma il frastuono del macchinario industriale coprì ogni altro suono, lasciando gli operai soli con i loro pensieri. Tano aveva calcolato bene il giorno in cui Giorgio sarebbe stato di turno con le mani vicino alla bocca del trituratore.

Tutte le mattina alle 10.30 precise, Elias trascinava i suoi piedi stanchi alla macchinetta del caffè, attraversando lo stretto sentiero che, rasente le spalle di Tano e Giorgio, separava gli operai dalle alte pile di scatoloni rigonfi di confezioni di würstel pronte per essere imballate sui pallet, caricate sui camion e distribuite nei supermercati di mezza Europa. Che quelle colonne di scatoloni fossero posizionate lì provvisoriamente per facilitare il lavoro del reparto Imballaggi, infrangendo delle norme sulla sicurezza sul lavoro, Tano lo sapeva bene. Sapeva anche che l’azienda avrebbe ricoperto Giorgio di denaro dopo l’incidente. Forte di questa giustificazione, prese coraggio e con il tallone iniziò a dare colpetti alla base di una delle pile alte tre metri, la cui stabilità diventò presto precaria.

Le 10.30 arrivarono, Elias scese dalla sua sedia rialzata da supervisore che a Tano e Giorgio aveva sempre ricordato quella degli arbitri di tennis, e si incamminò ciondolante lungo il solito percorso. Con meditato tempismo Tano diede il colpetto definitivo alla pesante colonna che, vacillando, attirò l’attenzione degli operai posti sul lato opposto del nastro. Avvisare Elias era impossibile con il baccano del trituratore. Allora corsero intorno al nastro ma non fecero in tempo.

Quando la colonna cadde sopra la testaccia grigia di Elias, Tano tenne gli occhi bassi sul nastro per un tempo che gli parve infinito. Pensò che il piano doveva essere andato in fumo, che quella vecchia scorza d’uomo fosse riuscito ad arrestare la parabola degli scatoloni con la sola forza delle sue esili braccia. Si girò per controllare, fingendo di essersi appena accorto dell’allarme lanciato dai colleghi, e quel che vide fu il povero vecchio che perdeva l’equilibrio, abbracciato alla colonna, portando giù con sé duecento chili di würstel.

Giorgio, come gli altri del suo lato del nastro, non si era accorto di niente. Stava continuando spensierato a spingere tozzi di carne nelle fauci vorticose del trituratore. Tano aiutò goffamente Elias ma entrambi i loro corpi crollarono all’indietro sotto il peso degli scatoloni, colpendo con violenza Giorgio, che fu sbalzato in avanti e finì con il busto sul nastro. Nessuno pensò che potesse esservi premeditazione in una scena tanto ripugnante.

La mano destra fu la meno danneggiata perché entrò nel trituratore di lato, mischiandosi al magma di maiale solo con il miglioro e l’anulare. La sinistra invece finì in mezzo alle lame infuriate fino al gomito, risucchiata dai motori. Le urla dei maiali, nel reparto Soppressioni, non erano niente paragonata a quelle di Giorgio. Sangue e brandelli di avambraccio sfilacciati fuoriuscirono schizzando sui camici e sulle mascherine di chi cercava di aiutare lo sventurato, compreso Tano, che, forse sinceramente pentito, forse per subdolo calcolo, era stato il primo a lanciarsi in aiuto. E proprio in grembo a Tano infine si adagiò il grosso corpo sfinito di Giorgio, il moncherino sinistro stretto in quello destro, l’osso mozzato sporgente oltre il muscolo circostante.

Tano cercò lo sguardo dei colleghi, come a incolparli di non aver impedito quella tragedia. Incontrò poi quello della dirigente biondiccia, subito accorsa coprendosi la bocca con entrambe le mani. Reggendo Giorgio come un Cristo, Tano si lasciò andare in un pianto liberatorio. Dovettero staccargli di dosso il ferito con prepotenza per poterlo trasportare all’ospedale.

Cinque giorni più tardi, Tano si trovava a casa di Giorgio. Fiori e biglietti di auguri in tedesco riempivano il salotto. Mise a bollire due uova per l’amico. Selina non si era più vista, Giorgio non aveva altri al mondo. Squillò il cellulare. Per non disturbare il convalescente, caduto in una brutta depressione nonostante i quattrocentomila euro che l’avvocato sindacalista gli aveva garantito come indennizzo, Tano andò a rispondere in bagno.

«Senta, Tano» disse la voce glaciale della dirigente. «È una richiesta che può apparire insensibile alle orecchie del nostro Giorgio Manna, ma lei capisce…»

«Giorgio è a pezzi» rispose indignato. C’era del sarcasmo crudele nella scelta di quelle parole ma la dirigente non aveva motivo di coglierlo.

«Abbia pazienza, il vostro caporeparto andrà in pensione alla fine del mese. Lei ora è l’unico abilitato per quella posizione, lo sa benissimo».

«Dobbiamo parlarne adesso?»

«Per i ruoli di responsabilità l’azienda preferisce fare promozioni interne, evitare di dover formare persone estranee al lavoro. Ma se lei rinuncia ci vediamo costretti a farlo».

«È passato così poco tempo dall’incidente».

«Vuole davvero perdere questa occasione?»

«Ne parlerò con Giorgio e troverò una soluzione. La richiamo domani».

Posato il cellulare sul lavandino, Tano guardò il proprio ghigno allo specchio e pensò che nell’arco di un anno si sarebbe preso la poltrona della dirigente.

info:

https://www.instagram.com/cartoline.dal.purgatorio/?hl=it

il Purgatorio, 19 nov 2017

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Cento.pezzi.da.cento

#cartoline.dal.purgatorio

Racconti inediti di Luca Lucherini

Chi è Luca?

-   Luca Lucherini nasce a Bologna nel 1987. Pur avendo lavorato come croupier, poi nel settore bancario e infine come imprenditore nel fotovoltaico, il suo pane quotidiano è la letteratura. Viaggiatore, lettore e scrittore instancabile. Da marzo 2017 pubblica ogni domenica una microstoria sulla sua pagina instragram “cartoline.dal.purgatorio”. Da oggi, 8 ottobre 2017, su questo sito anche i suoi racconti inediti.

Ecco a voi il #0

- Cento pezzi da cento (tempo di lettura, 8 minuti)

Hai presente quando sei in banca per pagare a denti stretti una multa e quello in fila davanti a te è un quarantasettenne brizzolato che mastica la gomma, e non si è neanche tolto gli occhiali da sole? E quando arriva il suo turno viene salutato con entusiasmo e chiamato Signore, seguito da quel gran cognome altisonante che si ritrova, e persino il direttore mette la testolina spelacchiata fuori dal suo ufficio di plexiglass per fargli un cenno ruffiano? Ce l’hai presente il senso di smarrimento e sconfitta che staziona solido fra te e la società? E poi il masticatore brizzolato chiede i diecimila in contanti che aveva fatto preparare il giorno prima per telefono? Hai presente che poi devi star lì a guardare la pantomima dell’impiegato che conta i cento pezzi da cento, color verde fosforescente, impilandoli uno a uno, in dieci pile da dieci pezzi, sotto al naso appuntito del masticatore? E sei costretto a pensare a cosa ci farà mai, il masticatore, con quei bei foglietti fosforescenti. Sei costretto a pensare che tu mica sei povero, eppure un blocchetto fosforescente per pagarti i vizi del mercato nero proprio non ce l’hai, e che un po’ invidioso lo sei eccome, e che sei pure un tipo gretto, tu, a dirla tutta – in fondo è a te stesso che stai parlando, mica ai microfoni di Radio Maria – e allora la voglia di prenderlo alle spalle, il masticatore, seguirlo fuori dalla banca, fargli fare cento passi per poi mettergli un cutter sotto una costola e dirgli «Stai fermo o ti sbudello», sfilargli il blocchetto dalla tasca interna, che occupa appena lo spazio di un telefonino, ti viene eccome, la voglia, o no? Ma solo perché sei un sognatore, perché ti piacciono i film francesi in bianco e nero sui criminali fascinosi, ma anche perché diecimila in un giorno solo non li guadagna neanche il tuo vecchio compagno di classe Borghi che adesso fa il chirurgo plastico, e men che meno ti capiterà un’altra occasione del genere. E dunque sei costretto a pensare che sia il volere del Creatore l’averti concesso una tale occasione, proprio a te, che per pagare le multe fai il cassiere al supermercato, a te che sei un ladro di polli, ma proprio di polli polli, quando la sera i vigilanti finiscono il turno e spengono le telecamere a circuito chiuso. A te che non batti gli scontrini sotto i dieci euro ai clienti frettolosi per tenerti i soldi non registrati. Proprio tu ti sei ritrovato in fila dietro il masticatore, e sai bene che ormai hai deciso, anzi che avevi deciso sin dal primo momento in cui quei cento pezzi da cento, di quel bel color menta, hanno ipnotizzato i tuoi occhioni blu da pesce istrice.
Non è difficile immaginare la tecnica goffa e insicura che hai messo in atto in quel piano frettoloso, impulsivo. Eppure l’hai fatto, hai trovato il coraggio di agire, poi di nasconderti, di scappare, di non farti raggiungere dalla volante di polizia arrivata così in fretta.

Ma una laurea in sociologia servirà pur a qualcosa, no? Adesso che stai correndo come un dannato, cambiando direzione ad ogni incrocio, con la sirena che ti rincorre, ripensi al periodo in cui scrivesti la tesi sugli slum venezuelani col prof. Micheli, così pignolo e borioso, che ti cancellava interi paragrafi senza spiegazione, e giungi alla conclusione che ti cercheranno ovunque tranne che su un autobus. Ed è proprio sul 34, direzione Mortegeni, che ti vai a rifugiare, dentro uno di quei parallelepipedi dove la società dà il peggio di sé, dove si ammucchiano zingarelli dalle ascelle acide, pensionati con la minima, i bruttisporchiecattivi di Scola.

Ora a proteggerti ci sono queste facce storte e rugose, storpiate dalla bruttezza della povertà. Loro non li mangiano gli strozzapreti alle cime di rapa a casa dei nonni a Castiglione dei Pepoli come fai tu, loro in agosto non se ne stanno sdraiati con le mani incrociate dietro la nuca a guardare le stelle cadenti sulle spiagge di Torre Saracena. I loro spostamenti in città avvengono mediante dinosauri di latta e sono estenuanti, macchinosi. È qui che fanno le loro saune, in questi grand hotel in movimento.

C’è uno studente di scuola media, aria dolce e triste, col suo zaino sproporzionato, i cui genitori sgrammaticati non mettendogli l’apparecchio lo hanno condannato a una bocca feroce di squalo bianco. Ci sono due bionde ucraine che i denti li hanno dritti, sì, ma grigiastri, vestite a festa con pantaloni sciatti e canottiere di pizzo sbiadite, parlano a voce alta nella loro lingua ruvida. C’è un senzatetto con indosso quattro cappotti, il cui fetore mantiene vuoto il sedile accanto. Ci sono dodici anziani. C’è un gruppo di tre confratelli pakistani dai piedi screpolati dentro sandali di cuoio logoro.
E tu? Tu, alto e belloccio, con il giacchetto di pelle che hai fatto sparire dall’armadio di tuo fratello minore quando a Natale sei tornato a casa, con quella faccia pulita da aspirante acquirente di cucine Scavolini, “care ma di classe”. Tu, che ti compiaci perché a guardarti di sfuggita è palese che quel ghetto non sia il tuo habitat naturale, tanto più adesso che hai diecimila cocuzze fosforescenti in tasca.

Alla prima fermata le porte si aprono davanti a un padre di famiglia dalla pelle scura, fermo in piedi sul marciapiede con moglie e quattro figli al seguito. L’autista collerico applica l’odiato protocollo, urla: «Devi chiudere il passeggino prima di salire».
L’immigrato finge di non capire, indica quel telaio aggrovigliato di plastica con fare innocente. «Cosa?» dice.
«Devi chiuderlo. Chiu-der-lo». L’autista si gira in cerca di consenso verso il sssserpente seduto nel primo sedile alle sue spalle, che si presenta in forma di ottantenne dai boccoli argentei e ombretto azzurro, di antica fede repubblichina, consumata da una vita trascorsa in povertà nella quale tuttavia ha sempre finto benessere, ostentando perle false al collo e trucco ottocentesco. È lei il vero bullo dell’autobus, di quell’unico non-luogo ove siano presenti individui più deboli sui quali esercitare la propria tirannia.

Ma tu ora sei un fuggiasco, proprio tu che a undici anni volevi fare il lanciatore di giavellotto, controlli se in strada la volante ti ha individuato, senti ancora l’acuto atroce della sirena ma no, nessun lampeggiante all’orizzonte, ce l’hai fatta, ancora qualche chilometro e sarai salvo, eppure addosso hai un gran senso di frustrazione, eh? Come glielo spieghi a tua mamma, che vive nel lontano comune di trecento abitanti in cui sei cresciuto, che adesso te ne vai in giro per la grande città a minacciare i masticatori con un cutter?
«Il passeggino» urla la vecchiaccia, garantendo supporto all’autista. «Questi immigrati» prosegue con ripugnanza, ben consapevole di essere ascoltata dalla famiglia di nordafricani che nel frattempo sta attraversando in fila indiana le interiora dello scatolone di ferro. «Che si comprassero l’automobile se hanno cotanti quattrini per mettere al mondo tutte quelle bestiole». E lo dice quasi sfiorando con l’indice deforme uno dei bambini dalle narici incrostate di moccolo.
La bestiola terzogenita, sui dodici anni, viene ad aggrapparsi al tuo stesso palo, fissa sognante le tue Nike con ingenui occhi marronverdi, ignaro del tanto odio che la sua mera esistenza genera in questo slum. E intanto ti sporgi per aiutare un novantenne tremante a pigiare il pulsante che prenota la fermata.
«Beato lei che è giovane e forte» ti dice la voce gracchiante del vecchio, gli occhi bagnati, ti vuole già bene come a un nipote. Gli porgi l’avambraccio affinché possa raggiungere l’uscita senza ruzzolare. Le sue dita artritiche te lo stringono con saggia violenza. «Realizza i tuoi sogni finché sei in tempo» ti sussurra, ma si commuove al punto da doversi coprire la bocca col dorso della mano molliccia e violacea.
Devi riconoscere che non hai affatto un aspetto placido, al contrario avere in tasca il blocchetto verde ti rende un fascio di nervi. Non ti capaciti di ciò che hai combinato.

Il nonno ha un sesto senso da uomo navigato, ha capito che l’hai fatta grossa. Per ricompensarlo di quell’affetto gratuito sei tentato di trasferire parte del malloppo dalla tua tasca a quella del suo paltò dai bordi sfilacciati ma l’avidità ti fa ricredere subito. L’autobus si ferma, il vecchio scende e ti saluta scuotendo una mano sopra la testa, senza girarsi. Appena l’autista riparte cerchi l’agognato tesoro con una mano, tronfio per il lavoro pulito che sei riuscito a compiere. Ma il blocchetto è sparito. L’autobus accelera tra le grida e i borbottii degli anziani passeggeri italiani, i quali intanto hanno acceso un dibattito sulla legge Bossi-Fini. Ti dimeni, tarantolato, in cerca del fagotto in tutte le altre tasche quando, con un lampo di ghiaccio nella schiena, risolvi l’enigma. Anche la bestiola terzogenita è scesa alla fermata del vecchio. Non era affatto parente degli altri nordafricani, solo era anch’egli un piccolo nordafricano. Non sei stato capace di cogliere la sua estraneità al gruppo. Inebetito schiacci la faccia al finestrino e lo vedi in piedi sul marciapiede, immobile, rimpicciolirsi con l’allontanarsi della balena gialla dentro cui ti trovi. I suoi occhietti non sono più inermi, ingenui, adesso sono taglienti e orgogliosi e stanno giusto aspettando di incontrare i tuoi almeno per un istante, e poter così raccogliere la meritata gloria. Touche, sei costretto a pensare. L’attimo successivo, del ragazzino non vi è più traccia, volatilizzato tra i palazzi fatiscenti alle sue spalle. Resti impassibile, umiliato, svuotato. Il sedile di fianco al barbone dai quattro cappotti è ancora libero.

Ti ci lasci cadere sopra, senza più alcun dubbio su quale sia il tuo posto nella giungla.

Il Purgatorio, 5 ott 2017

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