Cento.pezzi.da.cento

#cartoline.dal.purgatorio

Racconti inediti di Luca Lucherini

Chi è Luca?

-   Luca Lucherini nasce a Bologna nel 1987. Pur avendo lavorato come croupier, poi nel settore bancario e infine come imprenditore nel fotovoltaico, il suo pane quotidiano è la letteratura. Viaggiatore, lettore e scrittore instancabile. Da marzo 2017 pubblica ogni domenica una microstoria sulla sua pagina instragram “cartoline.dal.purgatorio”. Da oggi, 8 ottobre 2017, su questo sito anche i suoi racconti inediti.

Ecco a voi il #0

- Cento pezzi da cento (tempo di lettura, 8 minuti)

Hai presente quando sei in banca per pagare a denti stretti una multa e quello in fila davanti a te è un quarantasettenne brizzolato che mastica la gomma, e non si è neanche tolto gli occhiali da sole? E quando arriva il suo turno viene salutato con entusiasmo e chiamato Signore, seguito da quel gran cognome altisonante che si ritrova, e persino il direttore mette la testolina spelacchiata fuori dal suo ufficio di plexiglass per fargli un cenno ruffiano? Ce l’hai presente il senso di smarrimento e sconfitta che staziona solido fra te e la società? E poi il masticatore brizzolato chiede i diecimila in contanti che aveva fatto preparare il giorno prima per telefono? Hai presente che poi devi star lì a guardare la pantomima dell’impiegato che conta i cento pezzi da cento, color verde fosforescente, impilandoli uno a uno, in dieci pile da dieci pezzi, sotto al naso appuntito del masticatore? E sei costretto a pensare a cosa ci farà mai, il masticatore, con quei bei foglietti fosforescenti. Sei costretto a pensare che tu mica sei povero, eppure un blocchetto fosforescente per pagarti i vizi del mercato nero proprio non ce l’hai, e che un po’ invidioso lo sei eccome, e che sei pure un tipo gretto, tu, a dirla tutta – in fondo è a te stesso che stai parlando, mica ai microfoni di Radio Maria – e allora la voglia di prenderlo alle spalle, il masticatore, seguirlo fuori dalla banca, fargli fare cento passi per poi mettergli un cutter sotto una costola e dirgli «Stai fermo o ti sbudello», sfilargli il blocchetto dalla tasca interna, che occupa appena lo spazio di un telefonino, ti viene eccome, la voglia, o no? Ma solo perché sei un sognatore, perché ti piacciono i film francesi in bianco e nero sui criminali fascinosi, ma anche perché diecimila in un giorno solo non li guadagna neanche il tuo vecchio compagno di classe Borghi che adesso fa il chirurgo plastico, e men che meno ti capiterà un’altra occasione del genere. E dunque sei costretto a pensare che sia il volere del Creatore l’averti concesso una tale occasione, proprio a te, che per pagare le multe fai il cassiere al supermercato, a te che sei un ladro di polli, ma proprio di polli polli, quando la sera i vigilanti finiscono il turno e spengono le telecamere a circuito chiuso. A te che non batti gli scontrini sotto i dieci euro ai clienti frettolosi per tenerti i soldi non registrati. Proprio tu ti sei ritrovato in fila dietro il masticatore, e sai bene che ormai hai deciso, anzi che avevi deciso sin dal primo momento in cui quei cento pezzi da cento, di quel bel color menta, hanno ipnotizzato i tuoi occhioni blu da pesce istrice.
Non è difficile immaginare la tecnica goffa e insicura che hai messo in atto in quel piano frettoloso, impulsivo. Eppure l’hai fatto, hai trovato il coraggio di agire, poi di nasconderti, di scappare, di non farti raggiungere dalla volante di polizia arrivata così in fretta.

Ma una laurea in sociologia servirà pur a qualcosa, no? Adesso che stai correndo come un dannato, cambiando direzione ad ogni incrocio, con la sirena che ti rincorre, ripensi al periodo in cui scrivesti la tesi sugli slum venezuelani col prof. Micheli, così pignolo e borioso, che ti cancellava interi paragrafi senza spiegazione, e giungi alla conclusione che ti cercheranno ovunque tranne che su un autobus. Ed è proprio sul 34, direzione Mortegeni, che ti vai a rifugiare, dentro uno di quei parallelepipedi dove la società dà il peggio di sé, dove si ammucchiano zingarelli dalle ascelle acide, pensionati con la minima, i bruttisporchiecattivi di Scola.

Ora a proteggerti ci sono queste facce storte e rugose, storpiate dalla bruttezza della povertà. Loro non li mangiano gli strozzapreti alle cime di rapa a casa dei nonni a Castiglione dei Pepoli come fai tu, loro in agosto non se ne stanno sdraiati con le mani incrociate dietro la nuca a guardare le stelle cadenti sulle spiagge di Torre Saracena. I loro spostamenti in città avvengono mediante dinosauri di latta e sono estenuanti, macchinosi. È qui che fanno le loro saune, in questi grand hotel in movimento.

C’è uno studente di scuola media, aria dolce e triste, col suo zaino sproporzionato, i cui genitori sgrammaticati non mettendogli l’apparecchio lo hanno condannato a una bocca feroce di squalo bianco. Ci sono due bionde ucraine che i denti li hanno dritti, sì, ma grigiastri, vestite a festa con pantaloni sciatti e canottiere di pizzo sbiadite, parlano a voce alta nella loro lingua ruvida. C’è un senzatetto con indosso quattro cappotti, il cui fetore mantiene vuoto il sedile accanto. Ci sono dodici anziani. C’è un gruppo di tre confratelli pakistani dai piedi screpolati dentro sandali di cuoio logoro.
E tu? Tu, alto e belloccio, con il giacchetto di pelle che hai fatto sparire dall’armadio di tuo fratello minore quando a Natale sei tornato a casa, con quella faccia pulita da aspirante acquirente di cucine Scavolini, “care ma di classe”. Tu, che ti compiaci perché a guardarti di sfuggita è palese che quel ghetto non sia il tuo habitat naturale, tanto più adesso che hai diecimila cocuzze fosforescenti in tasca.

Alla prima fermata le porte si aprono davanti a un padre di famiglia dalla pelle scura, fermo in piedi sul marciapiede con moglie e quattro figli al seguito. L’autista collerico applica l’odiato protocollo, urla: «Devi chiudere il passeggino prima di salire».
L’immigrato finge di non capire, indica quel telaio aggrovigliato di plastica con fare innocente. «Cosa?» dice.
«Devi chiuderlo. Chiu-der-lo». L’autista si gira in cerca di consenso verso il sssserpente seduto nel primo sedile alle sue spalle, che si presenta in forma di ottantenne dai boccoli argentei e ombretto azzurro, di antica fede repubblichina, consumata da una vita trascorsa in povertà nella quale tuttavia ha sempre finto benessere, ostentando perle false al collo e trucco ottocentesco. È lei il vero bullo dell’autobus, di quell’unico non-luogo ove siano presenti individui più deboli sui quali esercitare la propria tirannia.

Ma tu ora sei un fuggiasco, proprio tu che a undici anni volevi fare il lanciatore di giavellotto, controlli se in strada la volante ti ha individuato, senti ancora l’acuto atroce della sirena ma no, nessun lampeggiante all’orizzonte, ce l’hai fatta, ancora qualche chilometro e sarai salvo, eppure addosso hai un gran senso di frustrazione, eh? Come glielo spieghi a tua mamma, che vive nel lontano comune di trecento abitanti in cui sei cresciuto, che adesso te ne vai in giro per la grande città a minacciare i masticatori con un cutter?
«Il passeggino» urla la vecchiaccia, garantendo supporto all’autista. «Questi immigrati» prosegue con ripugnanza, ben consapevole di essere ascoltata dalla famiglia di nordafricani che nel frattempo sta attraversando in fila indiana le interiora dello scatolone di ferro. «Che si comprassero l’automobile se hanno cotanti quattrini per mettere al mondo tutte quelle bestiole». E lo dice quasi sfiorando con l’indice deforme uno dei bambini dalle narici incrostate di moccolo.
La bestiola terzogenita, sui dodici anni, viene ad aggrapparsi al tuo stesso palo, fissa sognante le tue Nike con ingenui occhi marronverdi, ignaro del tanto odio che la sua mera esistenza genera in questo slum. E intanto ti sporgi per aiutare un novantenne tremante a pigiare il pulsante che prenota la fermata.
«Beato lei che è giovane e forte» ti dice la voce gracchiante del vecchio, gli occhi bagnati, ti vuole già bene come a un nipote. Gli porgi l’avambraccio affinché possa raggiungere l’uscita senza ruzzolare. Le sue dita artritiche te lo stringono con saggia violenza. «Realizza i tuoi sogni finché sei in tempo» ti sussurra, ma si commuove al punto da doversi coprire la bocca col dorso della mano molliccia e violacea.
Devi riconoscere che non hai affatto un aspetto placido, al contrario avere in tasca il blocchetto verde ti rende un fascio di nervi. Non ti capaciti di ciò che hai combinato.

Il nonno ha un sesto senso da uomo navigato, ha capito che l’hai fatta grossa. Per ricompensarlo di quell’affetto gratuito sei tentato di trasferire parte del malloppo dalla tua tasca a quella del suo paltò dai bordi sfilacciati ma l’avidità ti fa ricredere subito. L’autobus si ferma, il vecchio scende e ti saluta scuotendo una mano sopra la testa, senza girarsi. Appena l’autista riparte cerchi l’agognato tesoro con una mano, tronfio per il lavoro pulito che sei riuscito a compiere. Ma il blocchetto è sparito. L’autobus accelera tra le grida e i borbottii degli anziani passeggeri italiani, i quali intanto hanno acceso un dibattito sulla legge Bossi-Fini. Ti dimeni, tarantolato, in cerca del fagotto in tutte le altre tasche quando, con un lampo di ghiaccio nella schiena, risolvi l’enigma. Anche la bestiola terzogenita è scesa alla fermata del vecchio. Non era affatto parente degli altri nordafricani, solo era anch’egli un piccolo nordafricano. Non sei stato capace di cogliere la sua estraneità al gruppo. Inebetito schiacci la faccia al finestrino e lo vedi in piedi sul marciapiede, immobile, rimpicciolirsi con l’allontanarsi della balena gialla dentro cui ti trovi. I suoi occhietti non sono più inermi, ingenui, adesso sono taglienti e orgogliosi e stanno giusto aspettando di incontrare i tuoi almeno per un istante, e poter così raccogliere la meritata gloria. Touche, sei costretto a pensare. L’attimo successivo, del ragazzino non vi è più traccia, volatilizzato tra i palazzi fatiscenti alle sue spalle. Resti impassibile, umiliato, svuotato. Il sedile di fianco al barbone dai quattro cappotti è ancora libero.

Ti ci lasci cadere sopra, senza più alcun dubbio su quale sia il tuo posto nella giungla.

Il Purgatorio, 5 ott 2017

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