La.promozione

#cartoline.dal.purgatorio

Racconti inediti di Luca Lucherini

Chi è Luca?

-   Luca Lucherini nasce a Bologna nel 1987. Pur avendo lavorato come croupier, poi nel settore bancario e infine come imprenditore nel fotovoltaico, il suo pane quotidiano è la letteratura. Viaggiatore, lettore e scrittore instancabile. Da marzo 2017 pubblica ogni domenica una microstoria sulla sua pagina instragram “cartoline.dal.purgatorio”. Da oggi, 8 ottobre 2017, su questo sito anche i suoi racconti inediti.

Dopo “cento pezzi da cento” ecco a voi:

La promozione (tempo di lettura, 6 minuti)

Tano aprì gli occhi all’alba, un’ora in anticipo sulla sveglia. Il mal di testa martellava a pieni tamburi. Questo era un bene per la sua coscienza. Almeno davanti al padreterno si sarebbe salvato.

Il posto di caporeparto si liberava di rado, la paga era di duecentoventi euro in più, l’esatto importo della rata della sua Ducati. Non poteva che essere un segnale. Aveva scongiurato tutti i santi affinché non si trovasse in competizione con Giorgio, l’amico a cui doveva tutto: il prestito dei tremila necessari come anticipo per la moto, il colloquio nell’azienda di würstel, a Monaco, dove entrambi si erano trasferiti proprio grazie a quell’offerta di lavoro trovata da Giorgio; l’aiuto come interprete nell’iniziale ricerca di un alloggio e nell’integrazione con i colleghi. Dieci anni di amicizia fraterna.

Una settimana prima, Tano era salito negli uffici. «Per il posto di caporeparto abbiamo ricevuto una sola candidatura idonea» gli aveva detto la dirigente biondiccia, guardandolo come si guarda un cane randagio che aspetta gli avanzi dei ristoranti. «Quella di Giorgio Manna. Siete ambiziosi, voi italiani, eh?»

Tano si era rificcato in tasca la candidatura ben compilata ed era tornato a casa sconsolato. Giorgio voleva quel posto, sì, ma non più di chiunque altro, e non più di Tano stesso, ma il buonsenso diceva di lasciargli la precedenza. Sarebbe bastato ritirarsi dalla corsa per considerare estinti quantomeno i debiti morali, e così aveva fatto. Andò a sfogare la frustrazione con la Ducati nell’autostrada vicina. L’unica cosa che gli piaceva davvero della Germania era il codice della strada clemente, l’assenza di limiti di velocità sulle strade aperte.

Quella settimana di perturbamento si concluse la mattina in cui Tano aprì gli occhi in anticipo sulla sveglia. Svolse la routine mattutina con malcelata naturalezza. Se avesse avuto una moglie, questa avrebbe di certo percepito il vortice di nausea e lacerazione che lo stava consumando dall’interno. Era talmente disgustato da ciò che stava per compiere che per la prima volta dopo anni percorse il tragitto verso il lavoro a velocità moderata.

Nello spogliatoio aziendale Giorgio si era già infilato camice e retina per i capelli. Accolse Tano con un sorriso dei suoi. «Ci pensi,» disse «il mese scorso mi è caduta nelle braccia quell’angelo di Selina, e il mese prossimo mi faranno caporeparto. Questo è il mio anno».

«Te lo meriti» disse Tano.

Risero e si abbracciarono dandosi pacche cameratesche. Giorgio non si accorse che Tano aveva la fronte fradicia e le mani come vetri di sauna.

Raggiunsero il posto alla filiera di tritatura, dove stavano gomito a gomito. Elias, il vecchio supervisore, smilzo e sempre distratto, avviò il nastro e la carne di maiale, ancora amalgamata con pelo, unghie, denti, viscere non svuotate, prese a scorrere disarticolata in grossi tocchi da veicolare con le mani guantate verso il trituratore. Subito Elias disse: «Muoversi, muoversi» ma il frastuono del macchinario industriale coprì ogni altro suono, lasciando gli operai soli con i loro pensieri. Tano aveva calcolato bene il giorno in cui Giorgio sarebbe stato di turno con le mani vicino alla bocca del trituratore.

Tutte le mattina alle 10.30 precise, Elias trascinava i suoi piedi stanchi alla macchinetta del caffè, attraversando lo stretto sentiero che, rasente le spalle di Tano e Giorgio, separava gli operai dalle alte pile di scatoloni rigonfi di confezioni di würstel pronte per essere imballate sui pallet, caricate sui camion e distribuite nei supermercati di mezza Europa. Che quelle colonne di scatoloni fossero posizionate lì provvisoriamente per facilitare il lavoro del reparto Imballaggi, infrangendo delle norme sulla sicurezza sul lavoro, Tano lo sapeva bene. Sapeva anche che l’azienda avrebbe ricoperto Giorgio di denaro dopo l’incidente. Forte di questa giustificazione, prese coraggio e con il tallone iniziò a dare colpetti alla base di una delle pile alte tre metri, la cui stabilità diventò presto precaria.

Le 10.30 arrivarono, Elias scese dalla sua sedia rialzata da supervisore che a Tano e Giorgio aveva sempre ricordato quella degli arbitri di tennis, e si incamminò ciondolante lungo il solito percorso. Con meditato tempismo Tano diede il colpetto definitivo alla pesante colonna che, vacillando, attirò l’attenzione degli operai posti sul lato opposto del nastro. Avvisare Elias era impossibile con il baccano del trituratore. Allora corsero intorno al nastro ma non fecero in tempo.

Quando la colonna cadde sopra la testaccia grigia di Elias, Tano tenne gli occhi bassi sul nastro per un tempo che gli parve infinito. Pensò che il piano doveva essere andato in fumo, che quella vecchia scorza d’uomo fosse riuscito ad arrestare la parabola degli scatoloni con la sola forza delle sue esili braccia. Si girò per controllare, fingendo di essersi appena accorto dell’allarme lanciato dai colleghi, e quel che vide fu il povero vecchio che perdeva l’equilibrio, abbracciato alla colonna, portando giù con sé duecento chili di würstel.

Giorgio, come gli altri del suo lato del nastro, non si era accorto di niente. Stava continuando spensierato a spingere tozzi di carne nelle fauci vorticose del trituratore. Tano aiutò goffamente Elias ma entrambi i loro corpi crollarono all’indietro sotto il peso degli scatoloni, colpendo con violenza Giorgio, che fu sbalzato in avanti e finì con il busto sul nastro. Nessuno pensò che potesse esservi premeditazione in una scena tanto ripugnante.

La mano destra fu la meno danneggiata perché entrò nel trituratore di lato, mischiandosi al magma di maiale solo con il miglioro e l’anulare. La sinistra invece finì in mezzo alle lame infuriate fino al gomito, risucchiata dai motori. Le urla dei maiali, nel reparto Soppressioni, non erano niente paragonata a quelle di Giorgio. Sangue e brandelli di avambraccio sfilacciati fuoriuscirono schizzando sui camici e sulle mascherine di chi cercava di aiutare lo sventurato, compreso Tano, che, forse sinceramente pentito, forse per subdolo calcolo, era stato il primo a lanciarsi in aiuto. E proprio in grembo a Tano infine si adagiò il grosso corpo sfinito di Giorgio, il moncherino sinistro stretto in quello destro, l’osso mozzato sporgente oltre il muscolo circostante.

Tano cercò lo sguardo dei colleghi, come a incolparli di non aver impedito quella tragedia. Incontrò poi quello della dirigente biondiccia, subito accorsa coprendosi la bocca con entrambe le mani. Reggendo Giorgio come un Cristo, Tano si lasciò andare in un pianto liberatorio. Dovettero staccargli di dosso il ferito con prepotenza per poterlo trasportare all’ospedale.

Cinque giorni più tardi, Tano si trovava a casa di Giorgio. Fiori e biglietti di auguri in tedesco riempivano il salotto. Mise a bollire due uova per l’amico. Selina non si era più vista, Giorgio non aveva altri al mondo. Squillò il cellulare. Per non disturbare il convalescente, caduto in una brutta depressione nonostante i quattrocentomila euro che l’avvocato sindacalista gli aveva garantito come indennizzo, Tano andò a rispondere in bagno.

«Senta, Tano» disse la voce glaciale della dirigente. «È una richiesta che può apparire insensibile alle orecchie del nostro Giorgio Manna, ma lei capisce…»

«Giorgio è a pezzi» rispose indignato. C’era del sarcasmo crudele nella scelta di quelle parole ma la dirigente non aveva motivo di coglierlo.

«Abbia pazienza, il vostro caporeparto andrà in pensione alla fine del mese. Lei ora è l’unico abilitato per quella posizione, lo sa benissimo».

«Dobbiamo parlarne adesso?»

«Per i ruoli di responsabilità l’azienda preferisce fare promozioni interne, evitare di dover formare persone estranee al lavoro. Ma se lei rinuncia ci vediamo costretti a farlo».

«È passato così poco tempo dall’incidente».

«Vuole davvero perdere questa occasione?»

«Ne parlerò con Giorgio e troverò una soluzione. La richiamo domani».

Posato il cellulare sul lavandino, Tano guardò il proprio ghigno allo specchio e pensò che nell’arco di un anno si sarebbe preso la poltrona della dirigente.

info:

https://www.instagram.com/cartoline.dal.purgatorio/?hl=it

il Purgatorio, 19 nov 2017

Questa voce è stata pubblicata in IL PURGATORIO. Contrassegna il permalink.